Benjamin Harrison
| Benjamin Harrison | |
|---|---|
| 24º Presidente degli Stati Uniti d'America | |
| Durata mandato | 4 marzo 1889 – 4 marzo 1893 |
| Vice presidente | Levi P. Morton |
| Predecessore | Grover Cleveland |
| Successore | Grover Cleveland |
| Senatore degli Stati Uniti per l'Indiana | |
| Durata mandato | 4 marzo 1881 – 3 marzo 1887 |
| Predecessore | Joseph E. McDonald |
| Successore | David Turpie |
| Dati generali | |
| Partito politico | Whig (fino al 1856) Repubblicano (1856-1901) |
| Firma | |
Benjamin Harrison (North Bend, 20 agosto 1833 – Indianapolis, 13 marzo 1901) è stato un politico statunitense.
È stato il 23º Presidente degli Stati Uniti d'America; la sua presidenza si inserisce tra le due presidenze di Grover Cleveland.
Biografia ed educazione
[modifica | modifica wikitesto]Nascita e famiglia
[modifica | modifica wikitesto]Harrison nacque il 20 agosto 1833 a North Bend, in Ohio; era il secondo dei dieci figli di Elizabeth Ramsey (Irwin) e John Scott Harrison. Tra i suoi antenati figurava l'immigrato Benjamin Harrison, giunto dall'Inghilterra a Jamestown, in Virginia, intorno al 1630. Harrison era di origini interamente inglesi, essendo tutti i suoi antenati emigrati in America durante il primo periodo coloniale.[1] Era nipote del presidente degli Stati Uniti William Henry Harrison e pronipote di Benjamin Harrison V, un proprietario terriero della Virginia che firmò la Dichiarazione d'indipendenza e succedette a Thomas Nelson Jr. nella carica di governatore della Virginia.[2][3]
Harrison aveva sette anni quando suo nonno fu eletto presidente degli Stati Uniti, ma non presenziò alla cerimonia di insediamento.
La prima istruzione di Harrison avvenne in una capanna di tronchi vicino a casa sua, ma in seguito i genitori ingaggiarono un precettore per aiutarlo negli studi preparatori al college. Nel 1847, il quattordicenne Benjamin e il fratello maggiore Irwin si iscrissero al Farmer's College, vicino a Cincinnati, in Ohio. Frequentò l'istituto per due anni[4] e lì conobbe la sua futura moglie, Caroline "Carrie" Lavinia Scott. Lei era figlia di John Witherspoon Scott, docente di scienze della scuola nonché pastore presbiteriano.
Nel 1850 Harrison si trasferì alla Miami University di Oxford, in Ohio, dove conseguì la laurea nel 1852.[5]
Matrimonio e inizio carriera
[modifica | modifica wikitesto]Prima di conseguire la laurea, Benjamin Harrison decise di fidanzarsi con la sua compagna di collegio Caroline, con la quale si sposò il 20 ottobre 1853, in una cerimonia officiata dallo stesso padre della sposa, che era reverendo: la coppia ebbe due figli, Russell Benjamin Harrison (1854-1936) e Mary Mamie Scott Harrison-McKee (1858-1930). Quindi, l'anno seguente, i due si trasferirono ad Indianapolis, nell'Indiana, dove Harrison fece pratica forense nello studio di un avvocato, divenendo successivamente banditore per la Corte federale dell'Indiana.
Frattanto il giovane avvocato si appassionò alla politica: poiché proveniva da una famiglia tradizionalmente vicina al partito Whig, Harrison militò per questa formazione politica fino al suo scioglimento, nel 1856; a quel punto decise di iscriversi al Partito Repubblicano, facendo campagna elettorale per il candidato ufficiale del partito alle elezioni presidenziali di quell'anno, John Charles Frémont, che però perse a favore del candidato democratico James Buchanan.
Dalla guerra civile alla carriera politica
[modifica | modifica wikitesto]Lo scoppio, nel 1861, della guerra di secessione vide Harrison diviso tra la spinta a prestare servizio nell'esercito unionista e la preoccupazione di come provvedere al mantenimento della famiglia. Tuttavia, dopo il bando del presidente Abraham Lincoln del 1862, che chiedeva l'arruolamento di volontari, e la visita del governatore Oliver Perry Morton, angustiato per la scarsezza di uomini, l'avvocato dell'Ohio ruppe gli indugi e si arruolò. Il governatore gli assegnò il compito di arruolare a sua volta una compagnia di volontari, di cui gli fu affidato il comando, che però Harrison rifiutò, non considerandosi adatto. Accettò però di servire come capitano nello stesso reggimento, il 70º Reggimento di fanteria dei Volontari dell'Indiana, di cui divenne colonnello il 7 agosto 1862.[6] Dopo l'entrata in servizio, il Reggimento si unì all'esercito nordista che operava nel Kentucky, per poi sostenere il generale William Tecumseh Sherman nella sua campagna contro i sudisti nella Georgia, operazione che portò all'assedio e alla caduta di Atlanta nel 1864.[7] Verso la fine del conflitto, il 23 gennaio 1865, Lincoln decise di conferire ad Harrison il grado di generale di brigata, che mantenne fino alla cessazione delle ostilità.
Dopo la guerra, Harrison, dimessosi dall'esercito, tornò a fare l'avvocato, lasciandosi attrarre però dalla carriera politica, tanto che nel 1872 fu presentato alla convention del partito repubblicano locale come candidato alla carica di Governatore dell'Indiana, rinunciandovi quando il governatore uscente Morton appoggiò il candidato rivale, Thomas H. Browne. Harrison ci riprovò nel 1876, ma perse nuovamente per una manciata di voti contro l'avversario James D. Williams; poi, quando due anni dopo morì Morton, senatore dello Stato, i repubblicani dell'Indiana lo invitarono a correre per la nomination, venendo di nuovo sconfitto. Fu poi delegato repubblicano alla convention per le elezioni presidenziali del 1880, dove il suo voto fu determinante per promuovere la nomina di James Abraham Garfield, che poi vinse le elezioni e divenne il 20º presidente degli Stati Uniti d'America. Contemporaneamente anche Harrison, dopo aver superato alcune resistenze interne, fu finalmente scelto come candidato repubblicano al Senato, venendo eletto e insediandosi il 4 marzo 1881.
Fu un acerrimo avversario del presidente Grover Cleveland, del Partito Democratico, a causa della diversità di vedute sulla gestione amministrativa e finanziaria dei fondi pubblici, in quanto i democratici al Congresso sostenevano la necessità di ridurre il deficit di bilancio e chiedevano nuove economie, mentre i repubblicani insistevano sulla spesa sociale per il pagamento delle pensioni ai veterani di guerra e alle loro famiglie e all'incremento del finanziamento dell'istruzione pubblica.
Elezioni del 1888
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Il favorito iniziale per la candidatura repubblicana era il candidato della tornata precedente, James G. Blaine del Maine. Dopo la sconfitta di misura subita contro Cleveland nel 1884, Blaine si era affermato come il candidato di punta per il 1888, ma decise di ritirarsi dalla competizione.[8] Dopo aver scritto diverse lettere in cui negava qualsiasi interesse per la candidatura, i suoi sostenitori si divisero tra altri aspiranti, primo fra tutti il senatore John Sherman dell'Ohio. Anche altri esponenti — tra cui Chauncey Depew di New York, Russell Alger del Michigan e il vecchio rivale di Harrison, Walter Q. Gresham (nel frattempo divenuto giudice della corte d'appello federale a Chicago) — cercarono di ottenere il sostegno dei delegati alla Convention Nazionale Repubblicana del 1888. Harrison "mobilitò le proprie forze" per impedire a Gresham di prendere il controllo della delegazione dell'Indiana, proponendosi al contempo "come un'alternativa valida a Blaine". Blaine non espresse pubblicamente il proprio sostegno a nessuno, ma il 1° marzo 1888 scrisse in privato che "l'unica persona rimasta che, a mio giudizio, possa essere la scelta migliore è Benjamin Harrison".
Harrison si piazzò quinto alla prima votazione, con Sherman in testa, e le tornate successive non mostrarono cambiamenti significativi. Con il procedere della convention, Harrison divenne "la seconda scelta di tutti in una rosa di sette candidati". In seguito, quando Sherman "perse terreno nelle votazioni", Harrison guadagnò consensi. I sostenitori di Blaine spostarono il proprio appoggio su candidati che ritenevano accettabili e, orientandosi verso Harrison, trovarono un candidato capace di attrarre i voti di molte altre delegazioni. Intenzionato a chiarire in modo inequivocabile che non si sarebbe candidato, Blaine aveva lasciato il Paese e si trovava ospite di Andrew Carnegie in Scozia all'apertura della convention. Non fece ritorno negli Stati Uniti prima di agosto e i delegati finirono per accettare il suo rifiuto di accettare la candidatura. Dopo che la delegazione di New York passò a sostenere Harrison, questi acquisì lo slancio decisivo per la vittoria. Il partito nominò Harrison candidato alla presidenza all'ottava votazione, con 544 voti contro 108. Levi P. Morton, di New York — banchiere, già ministro degli Stati Uniti in Francia ed ex membro del Congresso — fu scelto come candidato alla vicepresidenza.
Presidenza
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Inaugurazione e gabinetto
[modifica | modifica wikitesto]Harrison prestò giuramento il 4 marzo 1889, alla presenza del Presidente della Corte Suprema Melville Fuller. Il suo discorso fu breve — la metà di quello di suo nonno, William Henry Harrison, il cui intervento rimane il più lungo discorso di insediamento di un presidente statunitense. Nel suo discorso, Benjamin Harrison attribuì la crescita della nazione all'influenza dell'istruzione e della religione, esortò gli stati produttori di cotone e i territori minerari a raggiungere lo sviluppo industriale degli stati orientali e promise l'adozione di tariffe doganali protezionistiche. Riguardo al commercio, affermò: "Se le nostre grandi società osservassero con maggiore scrupolo i propri obblighi e doveri legali, avrebbero meno motivi per lamentarsi delle limitazioni ai loro diritti o delle interferenze nelle loro attività".
Politica interna
[modifica | modifica wikitesto]Da Presidente, Harrison ratificò l'entrata nell'Unione di ben quattro Stati federali, tutti nel 1889: Dakota del Nord e Dakota del Sud (2 novembre), Montana (8 novembre) e Washington (11 novembre). A questi quattro nuovi Stati annessi, se ne sarebbero aggiunti due nel 1890: Idaho (3 luglio) e Wyoming (10 luglio).
Nel corso del suo mandato, si dimostrò ben più arrendevole di Cleveland nei confronti di un Congresso che tendeva a spendere, tant'è che quello eletto nel 1888 venne ribattezzato come "il Congresso milionario": infatti deputati e senatori statunitensi accettavano qualsiasi proposta di spesa, prosciugando così le riserve risparmiate durante l'amministrazione Cleveland. L'aumento della spesa pubblica avrebbe portato il Paese ad un boom economico, seguito nel 1893, dopo la fine del mandato di Harrison, da una nuova grande depressione, causata dal cosiddetto "panico" del 1893.
La sua presidenza coincise con forti incentivi ai settori privati dell'economia, anche grazie all'approvazione, nel 1890, del McKinley Tariff Act, che stabilì un forte incremento dei dazi protettivi, mentre al contempo, il 2 luglio dello stesso anno, con lo Sherman Antitrust Act, proposto dal senatore dell'Ohio John Sherman, venivano duramente colpiti i monopoli, divenendo così illegale ogni sorta di trust o accordo mirante ad ostacolare la libertà di commercio[9]. Sempre ad opera di Sherman fu proposto al Congresso lo Sherman Silver Purchase Act, firmato il 14 luglio, che regolava il sistema del bimetallismo del sistema monetale statunitense, fino ad allora basato sulla coesistenza di oro o di argento: la nuova legge invece favoriva la produzione di denaro basato sull'argento, di fatto generando inflazione; questo veniva incontro alle richieste di agricoltori, pesantemente indebitati e quindi beneficiari di una ripresa dell'inflazione, e delle compagnie minerarie estrattrici di argento.
Altri provvedimenti legislativi degni di nota furono: nel 1889 Harrison assegnò a circa 20 000 coloni una larga striscia di territorio situato nelle terre indiane dell'Oklahoma (circa 11 milioni di acri), aperte alla colonizzazione; nel marzo del 1891 fu revisionata la legge riguardante l'istituzione dei Parchi Nazionali, resasi necessaria per decidere cosa fare dei territori non aperti alla colonizzazione e che non interessavano alle compagnie ferroviarie e minerarie. Fu così che il presidente decise di incrementare l'estensione del Parco nazionale di Yellowstone nello Wyoming e di creare in California altri due parchi nazionali: il Parco nazionale di Sequoia e il Parco nazionale di Yosemite[9].
Un aspetto della sua presidenza fu la spietata politica nei confronti degli nativi americani, concretizzatasi in due episodi fondamentali: l'uccisione del capo dei Sioux Toro Seduto, morto durante un tentativo di arresto nella riserva di Standing Rock, nel Dakota del Sud, il 15 dicembre 1890, da parte della polizia della riserva, incaricata di arrestarlo per la sua adesione alla Danza degli spiriti, un movimento religioso che predicava la riscossa dei nativi contro i bianchi invasori; e il massacro di Wounded Knee, avvenuto il 29 dicembre successivo, sempre nel South Dakota, quando il 7º Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti attaccò una tribù Sioux, massacrando 145 persone, in maggioranza donne e bambini. Con questi episodi terminò definitivamente la resistenza degli indiani verso la colonizzazione dei loro territori da parte dei bianchi, tanto che venne dichiarata la chiusura della frontiera, aperta un secolo prima.
Sempre sotto la sua amministrazione vide la luce, nel 1891, il Partito del Popolo, nato a Cincinnati come reazione dei piccoli contadini contro lo strapotere delle banche della grande finanza; i populisti avrebbero ottenuto un certo successo tra il 1892 e il 1896, portando loro rappresentanti al Congresso, per poi svanire completamente.
Infine, Harrison non si mostrò, come i suoi predecessori, in alcun modo conciliante verso i movimenti sindacali dei lavoratori: fu evidente nel 1892, quando scoppiò lo sciopero dei lavoratori delle industrie dell'acciaio, subito represso dagli agenti Pinkerton e dalle truppe federali, in un crescendo di tensioni e gravi incidenti.
Politica estera
[modifica | modifica wikitesto]La politica estera della presidenza Harrison fu incentrata sul raggiungimento per gli Stati Uniti di un ruolo di grande potenza militare e commerciale, una visione rafforzata dai suoi successori. In questa ottica si deve collocare la convocazione della prima conferenza panamericana, tenutasi a Washington dal 20 gennaio al 27 aprile 1889, alla quale parteciparono i rappresentanti di tutti gli Stati indipendenti del continente americano, e dove gli Stati Uniti cominciarono a dar corpo ad una politica egemonica verso l'America Latina, con pressanti ingerenze negli affari interni degli Stati sudamericani.
Nello stesso anno Stati Uniti, Regno Unito e Germania, con un trattato tripartito stabilirono un protettorato congiunto sulle Isole Samoa: era la prima volta che il governo statunitense adottava questo tipo di misura, che creò il loro primo avamposto nel cuore dell'Oceano Pacifico.
La prima vertenza internazionale nella quale gli Stati Uniti furono coinvolti fu con la Gran Bretagna, a causa dei diritti di pesca lungo le coste dell'Alaska, contestati dal Canada che rivendicava tale prerogativa lungo le Isole Aleutine, appartenenti all'Alaska e quindi territorio statunitense. In risposta a queste provocazioni, la Marina degli Stati Uniti per ritorsione sequestrò diverse imbarcazioni da pesca canadesi. Le trattative iniziarono nel 1891, e portarono ad un compromesso tra i due Paesi sui diritti di pesca, con un indennizzo che il governo britannico pagò nel 1898.
L'ultima vicenda internazionale nella quale Harrison rimase coinvolto fu l'annessione delle isole Hawaii, nel gennaio 1893, quando era formalmente in carica ma era già stato battuto alle elezioni dal rivale Cleveland, al quale toccò questa questione diplomatica. Infatti, a causa delle tendenze autoritarie della regina Liliuokalani delle Hawaii, alcuni americani ed europei residenti nell'arcipelago provocarono gravi incidenti, asserendo che la regina, con il tentativo di abolire la costituzione, avesse attentato alle libertà civili e dovesse abdicare. Dietro a queste proteste si celavano anche enormi interessi economici che gli stranieri residenti detenevano nelle Hawaii, in quanto il Governo degli Stati Uniti decise di bloccare i dazi agevolati per lo zucchero hawaiano; qualcuno parlò anche di annettere l'arcipelago agli Stati Uniti. Il console John Leavitt Stevens, per proteggere gli interessi statunitensi, dispose l'invio alle Hawaii di una nave da guerra, la USS Boston, che stazionò nelle acque circostanti e costrinse Liliuokalani ad abdicare il 17 gennaio 1893. Si formò un governo provvisorio che chiese l'annessione agli USA, ma il Congresso respinse l'offerta, tanto che si pensò di restituire il trono alla regina; si cambiò idea quando questa chiese condizioni troppo dure per ri-occupare il suo posto. Il 4 luglio 1894 si formò la Repubblica delle Hawaii, che nel 1898 fu annessa agli Stati Uniti.
Ultimi anni
[modifica | modifica wikitesto]Nelle elezioni presidenziali del novembre 1892, Harrison si trovò a sfidare di nuovo Grover Cleveland, ma questa volta perse. A fine mandato Harrison si ritirò a vita privata a Indianapolis, nell'Indiana, e il 6 aprile 1896 sposò a New York in seconde nozze la vedova Mary Scott Lord Dimmick, nipote ed ex segretaria della prima moglie Caroline, morta di tubercolosi il 25 ottobre 1892, durante il mandato presidenziale del marito. La coppia ebbe una figlia, Elizabeth (1897-1955), mentre gli altri figli di Harrison, disapprovando la scelta del padre di risposarsi, non presenziarono al matrimonio.
Post-presidenza
[modifica | modifica wikitesto]Dopo aver lasciato la carica, nel giugno del 1893 Harrison visitò la World's Columbian Exposition a Chicago. Fece poi ritorno a casa, a Indianapolis. Harrison era stato nominato membro del Military Order of the Loyal Legion of the United States nel 1882 e, il 3 maggio 1893, fu eletto comandante (presidente) della Commandery dell'Ohio. Per alcuni mesi nel 1894 visse a San Francisco, dove tenne lezioni di diritto presso la Stanford University. Nel 1896, alcuni amici del Partito Repubblicano cercarono di convincerlo a candidarsi nuovamente alla presidenza, ma egli rifiutò. Viaggiò per il Paese partecipando a eventi e tenendo discorsi a sostegno della candidatura presidenziale di William McKinley.
Dal giugno 1895 al marzo 1901, Harrison fece parte del Consiglio di amministrazione della Purdue University; in suo onore fu intitolato a lui un dormitorio, la Harrison Hall. Scrisse una serie di articoli sul governo federale e sulla presidenza, che nel 1897 furono raccolti e pubblicati in un volume intitolato This Country of Ours. Nel 1896 Harrison si risposò con Mary Scott Lord Dimmick, nipote vedova ed ex segretaria della sua defunta moglie. I due figli adulti di Harrison, Russell e Mary, disapprovavano l'unione e non parteciparono alle nozze. Benjamin e Mary Dimmick ebbero una figlia, Elizabeth.
Punti di vista
[modifica | modifica wikitesto]Harrison è stato ampiamente descritto come un conservatore e soprannominato il "Presidente conservatore". Herbert Hoover definì una volta Calvin Coolidge "un vero conservatore, probabilmente pari a Benjamin Harrison". Tuttavia, Harrison non era un sostenitore del laissez-faire. Egli riteneva che il governo svolgesse un ruolo fondamentale nel promuovere la giustizia sociale ed economica, affermando: "La teoria repubblicana ha sempre sostenuto la correttezza di legiferare in modo da garantire lavoro, occupazione e benessere al lavoratore americano. Riteniamo che il governo nazionale abbia un dovere a questo riguardo, così come il consiglio comunale e la commissione della contea".
Morte
[modifica | modifica wikitesto]Nel febbraio del 1901, Harrison contrasse quella che si riteneva fosse influenza (allora chiamata "grippe"), ma che in seguito si rivelò essere una polmonite. Fu sottoposto a terapie a base di inalazioni di vapore e ossigeno, tuttavia le sue condizioni peggiorarono. Harrison morì di polmonite nella sua casa di Indianapolis il 13 marzo 1901, all'età di 67 anni. Si dice che le sue ultime parole siano state: "I medici sono qui? Dottore, i miei polmoni". Le spoglie di Harrison riposano nel Crown Hill Cemetery di Indianapolis, accanto a quelle della sua prima moglie, Caroline.
Eredità
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Lo storico Charles W. Calhoun attribuisce a Harrison il merito di una legislazione innovativa in materia di antitrust, politica monetaria e tariffe doganali. Gli storici hanno spesso attribuito al Segretario di Stato Blaine il merito delle iniziative di politica estera, ma Calhoun sostiene che Harrison fu ancor più responsabile del successo dei negoziati commerciali, del potenziamento della Marina d'acciaio, dell'espansione oltremare e dell'enfasi sul ruolo americano nel dominio dell'emisfero occidentale attraverso la Dottrina Monroe. La principale debolezza, secondo Calhoun, fu che l'opinione pubblica e persino la base del Partito Repubblicano non erano pienamente preparati a questa ondata di attività di vasta portata. I Democratici ottennero una schiacciante vittoria nel 1890 attaccando la legislazione di punta, in particolare la tariffa McKinley, perché avrebbe aumentato il costo della vita della famiglia media americana. Lo stesso McKinley fu sconfitto alle elezioni.[10]
Secondo lo storico R. Hal Williams, Harrison godeva di una "diffusa reputazione di integrità, sia personale che istituzionale". Nonostante fosse stato sottoposto a un attento scrutinio da parte dei Democratici, la sua reputazione rimase sostanzialmente intatta al momento di lasciare la Casa Bianca. Harrison poté contare su un vantaggio di cui pochi presidenti del XIX secolo disposero: il suo stesso partito, quello Repubblicano, controllava il Congresso, mentre la sua amministrazione promuoveva attivamente un programma repubblicano incentrato su dazi più elevati, un controllo moderato delle grandi imprese, la tutela del diritto di voto degli afroamericani, generose pensioni per i reduci della Guerra Civile e una soluzione di compromesso sulla controversa questione dell'argento.
Nel 2005 Calhoun scrisse che, sebbene la presidenza di Harrison appartenesse al XIX secolo, essa "indicò chiaramente la strada" verso la presidenza moderna affermatasi sotto McKinley. Lo Sherman Antitrust Act, legge bipartisan promulgata da Harrison, è tuttora in vigore e rappresentò il provvedimento legislativo più importante approvato dal 51º Congresso. Il sostegno di Harrison al diritto di voto e all'istruzione per gli afroamericani costituì l'ultimo tentativo significativo di tutelare i diritti civili fino agli anni Trenta. La sua tenacia in politica estera fu presa a modello da politici come Theodore Roosevelt.[11]
In molti hanno lodato l'impegno di Harrison a favore del diritto di voto degli afroamericani, la sua etica del lavoro e la sua integrità; tuttavia, studiosi e storici tendono generalmente a collocare lui e gli altri presidenti dell'era post-Ricostruzione in una fascia compresa tra la media e il di sotto della media, in parte per non aver governato durante un grande conflitto bellico.[12]
Nel 1951, la casa di Harrison fu aperta al pubblico come biblioteca e museo.[13] Dal 1937 al 1950 era stata utilizzata come dormitorio per una scuola di musica. L'edificio fu dichiarato Monumento Storico Nazionale nel 1964.[14]
Nel 1906, Theodore Roosevelt dedicò Fort Benjamin Harrison in onore di Harrison. La struttura si trova a Lawrence, nell'Indiana, un sobborgo a nord-est di Indianapolis.
Cultura di massa
[modifica | modifica wikitesto]Sebbene meno noto rispetto ad altri presidenti statunitensi, Benjamin Harrison ha ispirato in parte il personaggio di Funny Valentine, antagonista principale della settima parte del manga giapponese JoJo's Bizarre Adventure: Steel Ball Run, scritto e illustrato da Hirohiko Araki. Funny Valentine è il 23º presidente immaginario degli Stati Uniti, la stessa posizione occupata nella realtà da Harrison, e condivide con lui una forte enfasi sul patriottismo e sulla centralità della nazione americana. Sebbene non vi siano dichiarazioni ufficiali dell'autore che confermino un legame diretto, alcuni fan e critici hanno notato che la numerazione presidenziale e l'ambientazione storica suggeriscono un richiamo simbolico a Harrison, rielaborato in chiave narrativa e stilistica all'interno dell'opera.[15]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ The Virginia Magazine of History and Biography, Virginia Historical Society., 1894, 229–.
- ↑ Charles William Calhoun, Benjamin Harrison, Macmillan, 2005, ISBN 978-0-8050-6952-5.
- ↑ Sebbene fosse il nono Benjamin Harrison della sua famiglia, Harrison è noto semplicemente come Benjamin Harrison, anziché Benjamin Harrison IX.
- ↑ La scuola fu successivamente nota come Belmont College. Dopo la chiusura del Belmont, il campus passò all'Ohio Military Institute, che chiuse nel 1958.
- ↑ Benjamin Harrison: Centennial President, Nova Publishers, 2006, ISBN 978-1-60021-066-2.
- ↑ Report of the Adjutant General of the State of Indiana, Volume II, Indianapolis, W.R. Holloway, 1865, pp. 639–640.
- ↑ (EN) The Civil War, su bhpsite.org.«In May 1864, Colonel Harrison and the regiment joined General Sherman's Atlanta campaign in the Army of the Cumberland.»
- ↑ HarpWeek | Elections | 1888 Biographies, su elections.harpweek.com.
- 1 2 Benjamin Harrison - Benjamin Harrison President, su bhpsite.org.
- ↑ Charles Calhoun, "Reimagining the "Lost Men" of the Gilded Age: Perspectives on the Late Nineteenth Century Presidents". Journal of the Gilded Age and Progressive Era (2002) 1#3: 225–257.
- ↑ Gale Encyclopedia of American Law, 3rd, Detroit, Cengage Gale, 2010, pp. 208–209.
- ↑ BENJAMIN HARRISON: IMPACT AND LEGACY, su millercenter.org, University of Virginia, 4 October 2016. "Because of his lack of personal passion and the failure of anything truly eventful, such as a major war, during his administration, Harrison, along with every other President from the post-Reconstruction era to 1900, has been assigned to the rankings of mediocrity. He has been remembered as an average President, not among the best but certainly not among the worst."
- ↑ Benjamin Harrison Home, su nps.gov, National Park Service.
- ↑ Benjamin Harrison Presidential Site, su presidentbenjaminharrison.org, President Benjamin Harrison Foundation.
- ↑ Funny Valentine, su JoJo's Bizarre Encyclopedia - JoJo Wiki. URL consultato il 7 agosto 2025.
Voci correlate
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Wikisource contiene una pagina in lingua inglese dedicata a Benjamin Harrison
Wikiquote contiene citazioni di o su Benjamin Harrison
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Benjamin Harrison
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Harrison, Benjamin, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Giuseppe Gallavresi, HARRISON, Benjamin, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933.
- Harrison, Benjamin, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- (EN) Benjamin Harrison, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Opere di Benjamin Harrison / Benjamin Harrison (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited.
- (EN) Opere di Benjamin Harrison, su Open Library, Internet Archive.
- (EN) Audiolibri di Benjamin Harrison, su LibriVox.
- (EN) Benjamin Harrison, su Goodreads.
- (EN) Benjamin Harrison, su Comic Vine, Fandom.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 102441725 · ISNI (EN) 0000 0000 7693 4409 · BAV 495/261239 · LCCN (EN) n50026594 · GND (DE) 11872049X · BNE (ES) XX1657981 (data) · BNF (FR) cb120694019 (data) · J9U (EN, HE) 987007278259005171 |
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