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Cultura di La Tène

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La cultura di La Tène prende il nome dal sito archeologico situato nell'omonimo villaggio sulle sponde del lago di Neuchâtel, in Svizzera, dove nel 1857 Hans Kopp scoprì un grande deposito votivo dell'età del ferro. La Tène è il sito tipo che dà il nome all'ultima fase dell'età del ferro nell'Europa centrale e occidentale, quella della cultura e dell'arte degli antichi Celti successiva alla cultura di Hallstatt.[1]

La cultura si sviluppò e fiorì durante la tarda età del ferro, dal 450 a.C. circa fino alla conquista romana della fine del I secolo a.C., succedendo alla cultura di Hallstatt senza una rottura culturale netta, sotto una notevole influenza mediterranea da parte dei Greci della Gallia preromana, degli Etruschi[2] e della cultura di Golasecca,[3] ma con uno stile artistico peculiare, caratterizzato da decorazioni curvilinee "a vortice", soprattutto nella lavorazione dei metalli.

Centrata sull'antica Gallia, l'estensione territoriale della cultura di La Tène corrispondeva alle attuali Francia, Belgio, Svizzera, Austria, Inghilterra, Germania meridionale, Repubblica Ceca, Italia settentrionale e centrale, Slovenia, Ungheria e Liechtenstein, oltre a parti adiacenti di Paesi Bassi, Slovacchia, Serbia, Croazia, Transilvania e Transcarpazia. I Celtiberi dell'Iberia occidentale ne condividevano molti aspetti, anche se non in genere lo stile artistico. A nord si estendeva la contemporanea età del ferro preromana dell'Europa settentrionale, compresa la cultura di Jastorf della Germania settentrionale e della Danimarca, e a est il fenomeno arrivava fino alla Galazia in Asia Minore.

Cronologia e fasi

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La cultura di La Tène è generalmente suddivisa in tre o quattro fasi principali, con ulteriori suddivisioni locali, dal V secolo a.C. fino alla conquista romana della fine del I secolo a.C.[1] Secondo la cronologia elaborata da Paul Reinecke si distinguono:

  • La Tène A e B (fase antica), circa 450-250 a.C.;
  • La Tène C (fase media), circa 250-150 a.C.;
  • La Tène D (fase recente o tarda), dal 150 a.C. circa alla conquista romana.

Come già nel periodo di Hallstatt, è preferibile immaginare questa fase come un insieme di piccole società interagenti, che condividevano numerosi tratti comuni, più che come un unico "gruppo culturale". La stessa equazione tra "cultura di La Tène" e Celti non è più considerata accettabile, né sul piano metodologico né su quello fattuale: lo stile artistico si ritrova infatti anche in aree iberiche della Francia meridionale e nella Danimarca di lingua germanica, ma non nelle regioni celtiche dell'Iberia centrale e occidentale.[1]

Origine e sviluppo

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L'area originaria della cultura di La Tène, nel V secolo a.C.

Sebbene non vi sia accordo sull'esatta regione in cui la cultura di La Tène si formò per la prima volta, c'è ampio consenso sul fatto che il suo centro si trovasse ai margini nord-occidentali della cultura di Hallstatt, a nord delle Alpi, nella regione compresa tra le valli della Marna e della Mosella e la Renania vicina. A est, l'estremità occidentale dell'antica area centrale di Hallstatt, nelle attuali Baviera, Repubblica Ceca, Austria e Svizzera, formò all'inizio del La Tène una "provincia di stile orientale" in qualche modo separata, che si saldava all'area occidentale in Alsazia. Nel 1994, a Glauberg, in Assia, è stato scavato un insieme di tombe d'élite dell'inizio del V secolo a.C. in una regione fino ad allora ritenuta periferica rispetto alla sfera di La Tène.

La transizione dalla cultura di Hallstatt fu graduale e si riconosce soprattutto attraverso i manufatti d'élite in stile La Tène, che compaiono per la prima volta ai margini occidentali dell'antica regione di Hallstatt. Lo stile nacque nel V secolo a.C. mutuando elementi decorativi dalle contemporanee società etrusca e greca, in un processo paragonabile all'orientalizzante del mondo mediterraneo: figure umane e maschere stilizzate, creature composite come grifoni e cavalli alati, motivi vegetali derivati da boccioli di loto e palmette e motivi geometrici curvilinei come trisceli.[1]

La nostra conoscenza di questa cultura proviene dalle fonti antiche e dalla ricerca archeologica ed etnografica. Alcune delle società archeologicamente attribuite al La Tène furono definite "celtiche" e "galliche" dagli autori greci e romani; Erodoto collocava i Keltoi alle sorgenti del Danubio. È però difficile stabilire se l'intera cultura di La Tène possa essere ricondotta a un unico popolo celtico: gli archeologi hanno concluso ripetutamente che lingua, cultura materiale e organizzazione politica non coincidono necessariamente. Come osserva Otto-Herman Frey, nel V secolo a.C. "le abitudini di sepoltura nel mondo celtico non erano uniformi; piuttosto, i gruppi locali avevano proprie credenze, che di conseguenza determinarono espressioni artistiche distinte".

Estensione della cultura di Hallstatt (in giallo) e della cultura di La Tène (in verde)

L'insediamento della colonia greca di Massalia (l'odierna Marsiglia), presto assai prospera, aveva portato a intensi scambi commerciali con le aree di Hallstatt lungo i sistemi fluviali del Rodano e della Saona, e le prime sepolture dell'élite, come la tomba di Vix in Borgogna, contengono beni di lusso importati accanto a manufatti locali. Con l'apertura dell'Adriatico e la conquista etrusca della pianura padana nel V secolo a.C., le vie transalpine attraverso la Svizzera e l'alto Reno soppiantarono però la rotta del Rodano e della Saona: gli antichi centri di Mont Lassois e della Heuneburg furono abbandonati, mentre emersero nuovi poli come il Glauberg.[1]

Barry Cunliffe nota che nel V secolo a.C. sorsero "due zone di potere e innovazione: una zona Marna-Mosella a ovest, con legami commerciali con la pianura padana attraverso i passi alpini centrali e la cultura di Golasecca, e una zona boema a est, con legami separati con l'Adriatico attraverso le vie alpine orientali e la cultura venetica".[4] Le sepolture più ricche, con veicoli a due ruote, torque d'oro, armi e importazioni etrusche, si trovano nell'Hunsrück-Eifel sulla Mosella, nelle aree aurifere della Boemia e presso le saline del Dürrnberg-bei-Hallein, vicino a Salisburgo; anche le fertili aree della Champagne restituiscono grandi necropoli con carri dai raffinati finimenti metallici in stile La Tène.[1]

Il IV secolo a.C. vide l'abbandono della maggior parte delle fortezze d'altura; le sepolture con carro si limitarono alle aree periferiche, come la Francia settentrionale e lo Yorkshire, mentre nelle ricche zone di loess dell'Europa centrale prevalse l'inumazione distesa, con gli uomini accompagnati dalle armi e le donne dagli ornamenti in stile La Tène, e le importazioni mediterranee e l'oreficeria in gran parte scomparvero.[1] Fu questo il periodo delle grandi migrazioni celtiche, soprattutto dalla Francia centrale, verso l'Italia settentrionale e la Grecia: intorno al 387 a.C. i Celti guidati da Brenno sconfissero i Romani e saccheggiarono Roma; nel 279 a.C. fu attaccata Delfi e negli anni 280 a.C. i Galati si stanziarono in Asia Minore.

Verso la fine del III secolo a.C. sorsero in Gallia santuari come Ribemont-sur-Ancre e Gournay-sur-Aronde, dominati da resti di armi e di individui, e alcuni villaggi si ampliarono rapidamente come centri di commercio e artigianato, per esempio Manching sul Danubio e Aulnat presso Clermont-Ferrand, fino a coprire diversi chilometri quadrati. Il commercio con il Mediterraneo riprese, segnato da ceramica fine d'importazione, dall'introduzione della moneta e, dal II secolo a.C., da decine di migliaia di anfore vinarie dall'Italia centrale, scambiate con schiavi e materie prime.[1]

L'espansione romana nell'area di La Tène cominciò con la conquista della Gallia Cisalpina; la conquista della Gallia meridionale (125-123 a.C.) portò all'eclissi degli Arverni e all'ascesa degli Edui con centro a Bibracte (Mont Beuvray). Al tempo della conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare (58-51 a.C.), tuttavia, fu ancora un arverno, Vercingetorige, a guidare la rivolta. Erano ormai sorti oppida urbani fortificati dall'Ungheria alla Britannia, e alcuni divennero città romane, come Parigi, Reims e Besançon.[1] La cultura gallica si assimilò rapidamente a quella romana, dando origine alla civiltà gallo-romana della tarda antichità.

Migrazioni celtiche e diffusione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Celti.

Tra la fine del V e il III secolo a.C. la cultura di La Tène si diffuse ben oltre il suo nucleo originario, un fenomeno che la storiografia ha tradizionalmente collegato alle "migrazioni celtiche" riferite dalle fonti greche e romane. Martin Schönfelder ha però sottolineato che i due processi, la migrazione storica documentata dagli autori antichi e l'espansione archeologica dello stile e della cultura materiale di La Tène, non coincidono necessariamente e non possono essere usati l'uno per confermare l'altro.[5] Le stesse leggende antiche che spiegavano gli spostamenti con la sovrappopolazione (il racconto liviano di Ambigato re dei Biturigi) o con l'attrazione esercitata dai prodotti mediterranei come vino, olio e fichi sono oggi considerate costruzioni aneddotiche prive di reale valore storico.[5]

Secondo l'interpretazione oggi prevalente, protagoniste delle migrazioni furono soprattutto bande e confraternite di giovani guerrieri, in un quadro riconducibile al modello del ver sacrum, la "primavera sacra" che imponeva a un'intera generazione di giovani di lasciare la comunità. Schönfelder ha proposto di distinguere più meccanismi: un vero spostamento di gruppi armati verso l'Italia, con un limitato seguito di donne, cui si accompagnavano però la circolazione di oggetti e costumi tramite matrimoni tra le élite di regioni lontane e l'affidamento dei figli a famiglie alleate, fenomeni che spiegherebbero la diffusione dell'insieme dei tratti lateniani, inclusi gli ornamenti femminili, là dove non vi fu migrazione di massa. Nessuna tribù, egli osserva, attraversò le Alpi nella sua interezza, e l'Europa centrale non si spopolò.[5]

Verso oriente la cultura di La Tène si estese "a balzi" lungo il margine settentrionale del bacino dei Carpazi, dalla Slovacchia alla Romania e quindi verso i Balcani, mentre eserciti celtici raggiunsero la Grecia, dove nel 279 a.C. attaccarono Delfi, e infine l'Asia Minore con lo stanziamento dei Galati. Molti di questi guerrieri furono poi assoldati come mercenari: in grandi insediamenti aperti come Němčice in Moravia e Roseldorf in Bassa Austria si sono rinvenute monete provenienti proprio dalle aree mediterranee di reclutamento.[5]

I Celti in Italia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura di Golasecca, Galli cisalpini ed Etruria padana.

La presenza celtica nell'Italia settentrionale precede di alcuni secoli la nascita della cultura di La Tène. Le iscrizioni cosiddette "leponzie" del Canton Ticino, del Piemonte e della Lombardia, redatte dalla prima metà del VI secolo a.C. in un alfabeto di derivazione etrusca ma in lingua celtica, testimoniano che i gruppi della cultura di Golasecca erano già celtofoni: la celticità cisalpina va quindi retrodatata ben prima delle invasioni storiche.[6] Il riconoscimento archeologico dei Galli storici avvenne al congresso internazionale di Bologna del 1871, quando in alcune sepolture presso il sito etrusco di Marzabotto furono identificati armi e ornamenti lateniani riferibili agli invasori descritti da Polibio e Livio.[7]

Le fonti antiche (Livio, V, 33-35) collocavano un primo arrivo di Belloveso all'epoca di Tarquinio Prisco, ma l'archeologia non registra una cesura improvvisa in quella fase e induce a interpretare la celtizzazione della pianura padana come un processo di lunga durata, con ripetuti apporti dall'Oltralpe tra VI e V secolo a.C., culminati nell'invasione vera e propria dei primi decenni del IV secolo.[6][7] Secondo Polibio (II, 17), gli Insubri e i Cenomani si stanziarono nella pianura a nord del Po, i Boi e gli Anari in Emilia, i Lingoni e i Senoni lungo l'Adriatico, in territori sottratti al controllo di Etruschi e Umbri; agli Insubri, ricollegati ai Golasecchiani, è ricondotta la fondazione di Mediolanum.[7]

Furono i Senoni a guidare l'assedio di Chiusi e il sacco di Roma, che la cronologia liviana colloca nel 390 a.C. e quella polibiana intorno al 387 a.C. L'espansione celtica in Italia si arrestò con l'affermarsi dell'egemonia romana: la sconfitta della coalizione italica a Sentino (295 a.C.) fu decisiva, e dopo la battaglia di Talamone (225 a.C.) Roma occupò progressivamente la pianura padana, deducendo colonie come Cremona e Piacenza (218 a.C.) e completando la via Emilia. In Italia la cultura materiale di questo periodo, spesso definita "celto-italica", univa l'armamento lateniano, in particolare la lunga spada da taglio e il torque portato anche dalle donne di rango, a un'abbondante componente di vasellame e oggetti etruschi e italioti, come mostra la stretta convivenza tra Celti ed Etruschi documentata nella necropoli di Monte Bibele.[7]

Lo stesso argomento in dettaglio: Oppidum.

All'inizio la popolazione viveva in insediamenti aperti dominati dalle fortezze d'altura dei capi tribù.[8] Nella fase media del La Tène si svilupparono invece gli oppida, veri e propri centri urbani fortificati. Le abitazioni erano costruite in legno da carpentieri, più che in muratura. I popoli di La Tène scavavano pozzi rituali, in cui gettavano offerte votive e talvolta sacrifici umani; le teste mozzate, cui era attribuito un grande potere, ricorrono spesso nelle raffigurazioni. Le sepolture, che includevano armi, carri e beni d'élite e domestici, evocano una forte continuità con l'aldilà.

Le sepolture più ricche ed elaborate rivelano un'ampia rete di scambi commerciali. A Vix, in Francia, una donna d'élite fu sepolta con un grande vaso per la mescita del vino in bronzo di produzione greca. Le esportazioni dalle aree di La Tène verso il mondo mediterraneo comprendevano sale, stagno, rame, ambra, lana, cuoio, pellicce e oro.

Religione e culto

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Le conoscenze sul culto dell'età del ferro preromana sono state a lungo dominate da un'immagine mitica di santuari naturali e druidi, ricavata dalle scarse fonti scritte; solo lo scavo dei santuari della Francia settentrionale, a partire dagli anni ottanta del Novecento, ne ha rinnovato radicalmente la comprensione.[9] I santuari lateniani meglio noti, come Gournay-sur-Aronde e Ribemont-sur-Ancre nella Piccardia, sono recinti quadrangolari in cui, soprattutto nella fase media (La Tène C), si accumulavano armi, resti umani e animali; a Ribemont furono deposti i resti di circa 560 guerrieri, mentre i crani dei vinti risultano spesso rimossi o trattati a parte.[9] Nell'area della La Tène orientale un santuario dello stesso tipo è stato riconosciuto a Roseldorf, in Bassa Austria.[9]

Accanto ai santuari su terraferma, i depositi di armi nei corsi d'acqua, come quelli del sito eponimo di La Tène e di Port presso Bienne, sono oggi interpretati come atti rituali affini. Schönfelder ha però messo in guardia contro l'idea di una "religione celtica" unitaria: le pratiche cultuali erano fortemente regionali, e gran parte delle testimonianze su un presunto pantheon celtico, dal pilastro dei nautae di Parigi al calderone di Gundestrup, risale in realtà all'età imperiale romana e riflette un processo di romanizzazione più che credenze preromane documentabili sul piano archeologico.[9]

Cultura materiale

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Spade ed elmi da Hallein, Austria

La metallurgia di La Tène del bronzo, del ferro e dell'oro, sviluppatasi tecnologicamente dalla cultura di Hallstatt, è caratterizzata da spirali e intrecci incisi e intarsiati su raffinati vasi bronzei, elmi, scudi, bardature equine e gioielli d'élite, in particolare i torque (anelli da collo) e le elaborate fibule. Predominano forme animali e vegetali curvilinee, eleganti e stilizzate, unite alla tradizione hallstattiana dei motivi geometrici.

Il primo stile dell'arte di La Tène è caratterizzato soprattutto da decorazioni statiche e geometriche, mentre il passaggio allo stile evoluto segna il ricorso a forme basate sul movimento, come i trisceli. Alcuni sottoinsiemi dello stile evoluto presentano tendenze più specifiche, come il ricorrente rotolo serpeggiante dello stile Waldalgesheim.[10]

Manufatti tipici della cultura di La Tène sono stati rinvenuti anche in Scandinavia, nella Germania settentrionale, in Polonia e nei Balcani. È perciò comune parlare di "periodo di La Tène" anche per queste regioni, che tuttavia non fecero mai parte della cultura di La Tène vera e propria, ma furono collegate al suo nucleo attraverso il commercio.

L'immagine umana

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Rispetto alla tarda età di Hallstatt, dominata da rigidi motivi geometrici, l'arte della prima La Tène introdusse forme morbide e sinuose e un nuovo repertorio di motivi vegetali, animali, creature fantastiche e volti umani, stimolato in parte dai modelli etruschi e greci importati e imitati a nord delle Alpi.[11] La testa umana vi ricorre con particolare insistenza: compare stilizzata su torque, armille e anelli, come nell'armilla di Rodenbach o nel bracciale di Bad Dürkheim, e sul manico di alcune fiasche bronzee, dove una fiera stringe fra le fauci una testa umana. Le figure sono rese in modo schematico e simbolico, integrate nell'ornato astratto, e non come ritratti individuali.[11]

Tra le rare sculture in pietra spicca la statua a grandezza naturale di un guerriero, rinvenuta al margine del tumulo principesco del Glauberg, in Assia, databile all'inizio del V secolo a.C. e forse raffigurazione idealizzata del defunto, con spada, scudo e un copricapo detto "corona di foglie"; lo stesso copricapo compare sulle teste a maschera del coevo pilastro di Pfalzfeld. La figura antropomorfa che decora la fiasca bronzea dello stesso tumulo, un uomo seduto a gambe incrociate, secondo Maier può rappresentare indifferentemente una persona vivente, una divinità o un antenato divinizzato, poiché il linguaggio figurativo dell'arte celtica resta in gran parte indecifrabile.[11]

La ricorrenza del motivo della testa si lega alla speciale importanza che i Celti attribuivano al capo dei nemici. Le fonti classiche e i ritrovamenti archeologici, dai teschi esposti nei santuari di Roquepertuse, Gournay-sur-Aronde e Ribemont-sur-Ancre fino al cranio del pretore Postumio che, secondo Livio, i Boi rivestirono d'oro per farne una coppa sacra, documentano l'usanza, ampiamente attestata sia dai testi sia dall'archeologia, di mozzare ed esibire le teste come trofei.[11][7] Furono anche tratti come questo a contribuire, presso Greci e Romani, alla formazione dell'immagine del Celta come barbaro per eccellenza.[7]

Archeogenetica

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Ricostruzione della sepoltura della "principessa di Reinheim", Germania, 370 a.C. circa

Uno studio pubblicato su PLOS One nel dicembre 2018 ha esaminato 45 individui sepolti in una necropoli di La Tène a Urville-Nacqueville, in Francia, identificati come Galli. Il DNA mitocondriale apparteneva soprattutto agli aplogruppi H e U; gli individui possedevano un'elevata ascendenza delle steppe ed erano strettamente imparentati con le popolazioni della precedente cultura del vaso campaniforme, a indicare una continuità genetica tra l'età del bronzo e l'età del ferro in Francia, con un flusso genico rilevante verso Gran Bretagna e Iberia.[12]

Uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science nell'ottobre 2019 ha analizzato 43 lignaggi materni e 17 paterni dalla necropoli di Urville-Nacqueville e 27 materni e 19 paterni dal tumulo di Gurgy Les Noisats, presso Parigi. Gli individui mostravano forte affinità con le popolazioni delle culture di Yamna, della ceramica cordata e del vaso campaniforme, con lignaggi materni diversificati legati all'ascendenza delle steppe. I lignaggi paterni erano invece di "notevole omogeneità", appartenendo tutti agli aplogruppi R e R1b: un dato che suggerisce che i Galli della cultura di La Tène fossero patrilineari e patrilocali, in accordo con le testimonianze archeologiche e letterarie.[13]

Uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences nel giugno 2020 ha esaminato i resti di 25 individui attribuiti alla cultura di La Tène. I nove profili maschili del cromosoma Y ricavati appartenevano in larga maggioranza all'aplogruppo R1b discendente da R1b-M269 (gli individui meglio sequenziati sono risultati assegnati alle diramazioni R1b-L23 e R1b-L151/P310, immediatamente a monte delle subcladi P312), accanto a singole attestazioni degli aplogruppi I1 ed E1b1b; in un individuo della fase di transizione tra Hallstatt C e La Tène antico è stato inoltre riconosciuto l'aplogruppo G2a. I profili mitocondriali appartenevano a varie subcladi, con netta prevalenza dell'aplogruppo H, il più frequente, e di J (soprattutto J1c), seguiti da K, U, HV, V e W. Gli individui delle culture di Hallstatt e di La Tène risultavano geneticamente molto omogenei e in continuità con la cultura del vaso campaniforme, con circa il 50% di ascendenza delle steppe.[14]

Uno studio pubblicato su iScience nell'aprile 2022 ha esaminato 49 genomi da 27 siti dell'età del bronzo e del ferro in Francia, riscontrando una forte continuità genetica tra i due periodi, soprattutto nella Francia meridionale. I campioni settentrionali e meridionali erano molto omogenei: quelli del nord mostravano legami con Gran Bretagna e Svezia e livelli più elevati di ascendenza delle steppe, quelli del sud legami con i Celtiberi. I campioni dell'età del ferro somigliavano alle popolazioni odierne di Francia, Gran Bretagna e Spagna, e nel complesso i Galli di La Tène risultavano derivati in larga misura dalle popolazioni locali dell'età del bronzo; l'R1b era di gran lunga il lignaggio paterno dominante e l'H quello materno più comune.[15]

Laffranchi e collaboratori (2024) hanno studiato dal punto di vista genetico quindici individui Cenomani (Galli cisalpini) sepolti tra il III e il I secolo a.C. nella necropoli del Seminario Vescovile di Verona. I profili paterni dei sette individui maschili appartenevano a subcladi di R1b-M269, in particolare R1b-U152 (due casi) e R1b-L21 (due casi), e agli aplogruppi I2a1b1a1b1 e I1; i profili mitocondriali comprendevano subcladi degli aplogruppi H, T, U (soprattutto U5), K, J e X.[16]

  1. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 (EN) John Collis, et al., La Tène, in Roger S. Bagnall (a cura di), The Encyclopedia of Ancient History, Malden (MA), Wiley-Blackwell, 2013, pp. 3851-3852, ISBN 978-1-4051-7935-5.
  2. ↑ (EN) Sarunas Milisauskas, European Prehistory: a survey, p. 354.
  3. ↑ Venceslas Kruta, La grande storia dei Celti. La nascita, l'affermazione, la decadenza, Roma, Newton & Compton, 2003, ISBN 978-88-8289-851-9.
  4. ↑ (EN) Barry Cunliffe, The Ancient Celts, Oxford, Oxford University Press, 1997, p. 66.
  5. 1 2 3 4 (EN) Martin Schönfelder, Celtic migrations and the spread of La Tène Culture: A consideration of possible explanatory models, in Archeologické rozhledy, vol. 76, n. 1, 2024, pp. 97-113, DOI:10.35686/AR.2024.5.
  6. 1 2 Silvia Paltineri, Identità e mobilità dei Celti d'Italia nell'età del Ferro alla luce dei dati archeologici, in Preistoria Alpina, vol. 53, 2023, pp. 121-134.
  7. 1 2 3 4 5 6 Venceslas Kruta e Valerio M. Manfredi, I Celti in Italia, Milano, Mondadori, 2000.
  8. ↑ Diversamente note come castella o castros, e riconoscibili anche dai suffissi toponomastici in -briga, -berg e simili.
  9. 1 2 3 4 (FR) Martin Schönfelder, Sanctuaires et dieux de la culture de La Tène. Un aperçu et de nombreuses questions, in Patrice Lajoye, Guillaume Oudaer (a cura di), Mythologie celtique / Celtic Mythology, Lisieux, Éditions Lingva, 2025, pp. 7-33, ISBN 979-10-94441-77-0.
  10. ↑ (EN) Dennis W. Harding, The Archaeology of Celtic Art, New York, Routledge, 2007.
  11. 1 2 3 4 (EN) Bernhard Maier, The Celts: A History from Earliest Times to the Present, traduzione di Kevin Windle, 2ª ed., Edimburgo, Edinburgh University Press, 2018, ISBN 978-1-4744-2720-3.
  12. ↑ (EN) Claire-Élise Fischer, Anthony Lefort et al., The multiple maternal legacy of the Late Iron Age group of Urville-Nacqueville (France, Normandy) documents a long-standing genetic contact zone in northwestern France, in PLOS One, vol. 13, n. 12, 2018, DOI:10.1371/journal.pone.0207459.
  13. ↑ (EN) Claire-Élise Fischer, Marie-Hélène Pemonge et al., Multi-scale archaeogenetic study of two French Iron Age communities: From internal social- to broad-scale population dynamics, in Journal of Archaeological Science: Reports, vol. 27, 2019, DOI:10.1016/j.jasrep.2019.101942.
  14. ↑ (EN) Samantha Brunel, E. Andrew Bennett et al., Ancient genomes from present-day France unveil 7,000 years of its demographic history, in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 117, n. 23, 2020, pp. 12791-12798, DOI:10.1073/pnas.1918034117.
  15. ↑ (EN) Claire-Élise Fischer, Marie-Hélène Pemonge et al., Origin and mobility of Iron Age Gaulish groups in present-day France revealed through archaeogenomics, in iScience, vol. 25, n. 4, 2022, DOI:10.1016/j.isci.2022.104094.
  16. ↑ (EN) Zita Laffranchi et al., "Until death do us part". A multidisciplinary study on human-animal co-burials from the Late Iron Age necropolis of Seminario Vescovile in Verona (Northern Italy, 3rd-1st c. BCE), in PLOS One, vol. 19, n. 2, 2024, DOI:10.1371/journal.pone.0293434.
  • (EN) John Collis, The Celts: Origins, Myths, Invention, Londra, Tempus, 2003.
  • (EN) Barry Cunliffe, The Ancient Celts, Oxford, Oxford University Press, 1997.
  • Venceslas Kruta, La grande storia dei Celti. La nascita, l'affermazione, la decadenza, Roma, Newton & Compton, 2003, ISBN 978-88-8289-851-9.
  • (EN) Simon James, The Atlantic Celts, Londra, British Museum Press, 1999.

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