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A Lourdes una famiglia extra-large accoglie chi è in difficoltà

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A Lourdes una famiglia extra-large accoglie chi è in difficoltà

Il progetto 'En Casa' della Comunità Giovanni XXIII

LOURDES, 27 settembre 2026, 16:28

Redazione ANSA

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- RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nella cittadina ai piedi dei Pirenei francesi, che oggi ha accolto Papa Leone XIV, la Comunità Papa Giovanni XXIII testimonia da sedici anni un modello di accoglienza attraverso l'opera di Palmino e Lucia Paolucci. La coppia, che si prepara a festeggiare 25 anni di matrimonio, gestisce a Lourdes una casa famiglia e una struttura per adulti fragili chiamata "En Casa". Oggi hanno incontrato Leone all'Accueil Notre-Dame.
    Cerimoniere del santuario mariano dopo un percorso professionale che lo ha visto lavapiatti, cameriere e portiere notturno, Palmino racconta come tutto sia nato dall'incoraggiamento di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità. Al centro dell'esperienza c'è la scelta di riproporre la famiglia come luogo di accoglienza. Palmino sottolinea le differenze tra Italia e Francia nel campo dell'assistenza sociale: il sistema francese dispone di maggiori risorse economiche e professionali, ma, spiega, "la persona con disabilità rischia di essere separata dal contesto sociale ordinario".
    Nella casa oggi convivono nove figli naturali e tre adottivi della coppia, oltre a quattro persone accolte, tra cui una ragazza di sedici anni sopravvissuta a violenze domestiche. Il percorso di riconoscimento ufficiale da parte dello Stato francese è arrivato dopo l'esperienza con Daniela, donna con disabilità cresciuta con i primi quattro figli della coppia e morta nel 2018: fu allora che l'ente francese competente chiese alla famiglia di formalizzare l'attività, aprendo la strada all'accoglienza di Pascal, primo ospite francese ancora oggi parte del nucleo, e poi di un bambino con miopatia di Duchenne.
    La casa è oggi riconosciuta dallo Stato sia per l'accoglienza di adulti sia per quella di minori.
    Accanto alla casa famiglia, dal 2021 opera "En Casa". Conta undici appartamenti e ospita circa 35 persone - tra cui famiglie provenienti da Colombia, Bangladesh e dal continente africano - sostenute da una trentina di volontari. Il nome, in lingua occitana, richiama le origini del territorio dove la stessa Bernadette Soubirous non parlava francese. La struttura propone quattro laboratori di socializzazione - cucito, aiuto compiti, attività creative e giochi da tavolo - pensati come spazio intermedio tra la vita interna e la società esterna. Il percorso di autonomia passa anche dal recupero di abitudini quotidiane, a partire dalla cura dei pasti: a "En Casa" si è scelto di riscoprire la preparazione dei cibi, anche grazie a un accordo con un produttore locale di ortaggi biologici a chilometro zero.
   
   

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