Con l’uscita di Obsession, quel giovanotto pervertito di Curry Barker ha conquistato il botteghino e si è imposto come uno dei nuovi autori dell’horror. La produzione è firmata nientemeno che dalla Blumhouse di M3gan, dopo che la sua opera precedente era stata tanto snobbata dai distributori che l’autore aveva deciso di caricarla gratis sul suo canale YouTube. Il titolo in questione è Milk & Serial, un found footage di cui è protagonista (ma Barker scrive, dirige, monta e compone anche le musiche) assieme all’altra metà del duo comico di cui fa parte, Cooper Tomlinson. Senza il supporto di festival prestigiosi, case di produzioni potenti, campagne virali o un budget degno di questo nome (un’ora e dieci di film gli sono costati la cifra irrisoria di ottocento dollari) il film ha mietuto quasi tre milioni di visite, dimostrandosi un prodotto perfetto per l’online. I protagonisti sono due content creator, Milk e Seven, molto popolari in rete per i prank video piuttosto eccessivi che spesso coinvolgono il loro giro di amici e conoscenti.
In occasione del compleanno di uno di loro, la coppia decide di spingersi oltre organizzando una messinscena con tanto di delitto e pistola finta, il tipo di contenuto estremo che garantirà loro la viralità sui social. Qualcosa va storto, qualcuno muore davvero, qualcun altro scompare e la paranoia si diffonde tra gli amici che non sanno più di chi fidarsi. Milk & Serial prende una piega terrificante e terrificantemente realista man mano che la narrazione descrive una generazione social-dipendente che non vive più la realtà e la performance come due entità distinte ma che esiste per farsi guardare e per la gratificazione del clic. I suoi rappresentanti si comportano attingendo al più plateale esibizionismo, come se si è in una live di Instagram, anche nel privato. Secondo Barker, quel bisogno ossessivo di essere visti e apprezzati è diventato il nutrimento di sociopatici e manipolatori, e a farne le spese è chiunque finisca nella camera del telefono di questi deviati.
Milk & Serial affronta, accanto al tema principali della viralità a tutti i costi, dell’escalation dei contenuti sempre più estremi, della tensione schizofrenica tra essere ed esibire, anche una serie di temi collaterali al fenomeno social estremamente attuali e pertinenti come il gaslighting, il suicidio, il (cyber)bullismo che alimentano TikTok, Instagram o YouTube. La componente sociologica di questo horror disturbante e in grado di scatenare ribrezzo e disprezzo autentici verso il suo protagonista/antagonista, è l’elemento fondamentale di un film che mentre filma i suoi mostri ne immortala l’aspetto più inquietante: la maggior parte di loro rappresentano la normalità odierna. È la stessa natura della generazione cresciuta a pane e social, a essere mostruosa, egomaniaca, asociale, desensibilizzata e psicotica. Barker opera anche uan decostruzione del found footage. Milk & Serial si presenta come uno di quei video snuff in cui ci si imbatte nel dark web o sfuggiti alla moderazione dei contenuti dei canali mainstream. Laddove i capostipiti del genere fingevano il ritrovamento di filmati che rivelano orrori e tragedie, in Milk &s Serial l’artificiosità del pretesto narrativo è manifesto.
La creazione di contenuti diventa un processo orrorifico di per sé, dettato dal voyeurismo, dalla megalomania e dall’attrazione morbosa verso la sofferenza altrui. Per la generazione di Milk non basta essere senzienti per esistere, bisogna esserlo davanti a un telefono che videoregistra. Il finale del film conferma la natura profondamente nichilista, cinico e pessimista di Barker: per lui l’Arte non è più rivelazione, non svela più l’essenza della realtà attraverso la finzione. È diventato tutto il contrario, reale e fake collassano uno sull’altro, la verità non esiste. La brevità, lo diciamo sempre, dona all’horror ma in questo caso la scelta di Barker di concedere alla narrazione poco più di un’ora è funzionale, visto che nell’era dei brain rot la soglia dell’attenzione del suo pubblico di riferimento è sempre più vicina allo zero. Bravo Barker, che è riuscito a dominare l’algoritmo piuttosto che lasciarsi dominare.

