Epstein files

Come Jeffrey Epstein ha manipolato anche Wikipedia e Google per rifarsi una reputazione online

Terminati gli arresti domiciliari nel luglio 2010, Jeffrey Epstein ha investito decine di migliaia di dollari per ripulire la sua immagine online. La storia di questo tentativo ricostruita attraverso gli Epstein files
Una persona con capelli rosa acceso e unespressione seria si trova al centro dell'inquadratura reggendo sopra la testa...
Manifestanti chiedono giustizia per le vittime di Jeffrey Epstein fuori dal Metropolitan Correction Center nel luglio 2019, subito dopo l'ultimo arrestoStephanie Keith/Getty Images

Il 21 luglio 2010 Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo la cui corrispondenza è ora al centro di uno scandalo internazionale, esce dalla sua casa in Florida, negli Stati Uniti. Qui ha trascorso l'ultimo anno agli arresti domiciliari, cui è stato condannato dopo aver patteggiato per un'accusa di induzione alla prostituzione di una minorenne. Il guaio, per lui, è che l'informazione è ben presente in rete. E così nei mesi successivi finanzierà un'operazione di reputation cleaning. Ovvero uno sforzo per ripulire da ogni riferimento a questa vicenda sia la pagina Wikipedia dedicata a lui, sia i risultati legati al suo nome sul motore di ricerca Google.

La ricostruzione attraverso gli Epstein files

Il piano d'azione

Figura centrale dell'operazione per rifarsi una reputazione online è Al Seckel, collezionista e divulgatore, attivo nel movimento Freethought e scomparso nel 2015. È lui che il 20 ottobre del 2010 dettaglia il piano d'azione per rimuovere da Wikipedia e dai risultati delle ricerche di Google i riferimenti al patteggiamento per l'induzione alla prostituzione e all'inserimento di Epstein nel registro dei sex offender. Ed è sempre lui a metterlo in contatto con Mike Keesling, un consulente SEO, e Pablos Holman, che viene definito come un hacker. E che emerge come la figura con cui per primo Seckel ha discusso di come agire.

La situazione di partenza era questa: cercando su Google “Jeffrey Epstein” si incontravano più di 75 pagine piene di quello che Seckel definisce “materiale dispregiativo” nei confronti del finanziere. Una situazione dovuta al fatto che “esiste un gruppo ben finanziato e dedicato di persone che continuano a promuovere online materiale negativo” su Epstein. “Sembra”, prosegue il testo, “che ci sia un gruppo di avvocati che vogliono metterti in imbarazzo per spingerti a stringere accordi con i loro clienti sulla base di somme di denaro maggiori”.

Come Jeffrey Epstein ha manipolato anche Wikipedia e Google per rifarsi una reputazione online

Come contrastarli? Per ribaltare le ricerche su Google, la proposta è quella di creare sia siti reali, che parlino del sostengo alla ricerca e alle attività benefiche da parte di Epstein, che fittizzi, in cui i temi sono legati allo sport o alla cucina, ma nei quali venga citato positivamente il finanziere. Gli articoli presenti su questi siti sarebbero dovuti essere parafrasati 500 volte con link al sito primario, così da farlo salire nel ranking. Lavoro, quest'ultimo, che Seckel suggerirà di affidare ad un gruppo attivo nelle Filippine, per risparmiare sui costi. Si propone poi di inserire dei commenti positivi sotto agli articoli che hanno contenuti negativi sulla figura al centro dello scandalo. E infine di “hackerare alcuni siti cattivi”.

Su Wikipedia il discorso è più difficile: “hanno più di 20 controllori, che vengono avvertiti ad ogni modifica della pagina”. Qui l'ossessione è quella di rimuovere la foto segnaletica e il riferimento alla condanna per crimini sessuali. Il risultato è che ogni cambiamento del testo favorevole ad Epstein “viene eliminato nel giro di poche ore”. E poi ci sono i social network, all'epoca appena nati: “Promuoveremo materiale positivo attraverso altri mezzi, come Twitter e Facebook”, prometteva Seckel.

I risultati ottenuti

“I ragazzi hanno fatto piazza pulita”. Con questi toni entusiastici, il 16 dicembre 2010 Al Seckel scrive a Epstein per comunicare i risultati dell'operazione. “Al momento è rimasto un solo articolo negativo sulla prima pagina (dei risultati della ricerca, ndr) su Google, che è quello dell'Huffington Post”. Si tratta di un articolo del 21 luglio del 2010 che annunciava la liberazione di Epstein, definito un “pedofilo condannato”.

Un risultato difficile da rimuovere perché “l'Huffington Post è molto potente, ha milioni di link e carica una grande quantità di contenuti nuovi e originali tutti i giorni”. Nonostante questo, “siamo riusciti a spingerlo in basso”, sempre sulla prima pagina delle ricerche di Google. Rimozione riuscita, invece, per un articolo del Daily Beast, anche questo scritto nel luglio 2010. Seckel afferma inoltre che “i suggerimenti di auto complete che appaiono automaticamente quando digiti il tuo nome (nella barra di ricerca, ndr) sono stati rimossi”.

Wikipedia, invece, “è stata una grande vittoria e sarà sempre al primo posto nei risultati sui motori di ricerca”. Ovviamente, aggiunge Seckel, il testo “non menziona (le parole, ndr) predatore sessuale condannato o pedofilo. Si legge invece lavoro filantropico, fondazione Epstein, promozione degli scienziati”. Ancora, “siamo riusciti a fermare l'hackeraggio della tua pagina”, ovvero i tentativi di ripubblicare le informazioni legate ai guai giudiziari del finanziere pedofilo. Mentre “siamo riusciti ad hackerare il sito per sostituire la foto segnaletica e la didascalia”.

Certo, l'operazione non poteva dirsi conclusa. “Se vuoi che mi fermi, alla fine tutto seguirà la direzione dell'entropia e tornerà come prima. La gran parte del lavoro è stata fatta, ma c'è bisogno che sia mantenuto”. Servono cioè “costanti input e supervisione, il che significa generare contenuto adatto”. Il che sposta la questione sul tema dei costi di questa ripulitura della reputazione digitale di Epstein.

I costi dell'operazione

Ne parla Seckel nella stessa mail, datata 16 dicembre 2010. Nel testo ricorda a Epstein: “Hai dato a Mike (Keesling, un consulente Seo, ndr) 2.500 dollari, che ha usato per comprare i nuovi server, ma ora bisogna pagare 7.500 dollari se vogliamo che continui il suo lavoro”. Al che il finanziere ribatte: “Non mi era mai stato detto che ci sarebbe stato un costo di 10mila dollari mensili, inizialmente mi hai detto che il progetto sarebbe costato 20mila dollari. Poi me ne hai chiesti altri 10, poi ancora altri 10…”.

Lamentela alla quale Seckel risponderà che la stima di 25mila dollari, “datami da Pablos”, era basata “solo su una veloce occhiata alla situazione, senza sapere cosa avremmo dovuto gestire. Nei fatti, il lavoro è stato davvero molto peggiore di quanto ci aspettassimo in origine”.

Come Jeffrey Epstein ha manipolato anche Wikipedia e Google per rifarsi una reputazione online

Lo stesso Jeffrey Epstein aveva discusso dei costi pochi giorni prima, l'8 dicembre 2010, con Mike Keesling, al quale ricordava di aver dato 25mila dollari. Una somma che doveva coprire anche “i domini, l'hosting, il gruppo delle Filippine e i web designer”. A questi si aggiungono altri due assegni da 2.500 dollari staccati rispettivamente a Stephanie Horenstein, ex collaboratrice di Al Seckel, e ad un non meglio definito gruppo di hacker, per un totale di 30mila dollari. Altri nomi coinvolti, ma non pagati, sono quello dello stesso Seckel e di Isabel e Christine Maxwell, sorelle di quella Ghislaine Maxwell condannata a 20 anni di reclusione per aver partecipato al traffico sessuale di minori per il quale lo stesso Epstein venne arrestato nel 2019.

In realtà, rispondendo a questa email, Keesling dice di aver ricevuto “da Al 20mila dollari in contanti qualche mese fa. Non ricordo l'importo esatto, non abbiamo compilato una ricevuta”. Spiegando poi che la quota che gli spettava ammontava in realtà a 7.500 dollari, una cifra “che ho dovuto aggiustare perché all'epoca non avevo capito quanto pessima fosse la situazione”. Il riferimento al lavoro da fare per riabilitare digitalmente Epstein. “Il resto”, aggiunge, “è stato speso per il team nelle Filippine, il team di hacker, i sondaggi, i server, il costo del mio designer per il template iniziale” dei siti pro Epstein. In un'altra mail della stessa giornata Epstein conferma di aver inviato il denaro a Keesling.

Gli sviluppi successivi

Come spiegato da Seckel, il lavoro di ripulitura della reputazione online non può fermarsi. Tanto che nell'aprile 2011 Epstein si rivolge di nuovo a Keesling, chiedendogli se potesse intervenire sulla sua pagina Wikipedia. Il 26 aprile arriva però una risposta negativa: “La tua pagina è in lockdown. Essenzialmente, ogni modifica può essere approvata solo da un'editor, che non è dalla tua parte e analizzerà con attenzione i cambiamenti". Insomma, “l'unico modo per aggiungere elementi positivi a quella pagina è di avere degli articoli favorevoli sui media mainstream, che possano essere citati come fonti”.

Ancora il 19 luglio del 2012, Epstein riceve una mail da un destinario il cui nome è nascosto nel documento rilasciato dal dipartimento di Giustizia statunitense. L'ignoto mittente afferma di essere finalmente riuscito ad ottenere la rimozione della foto segnaletica del finanziere dalla pagina Wikipedia. Sulla quale, ad oggi, rimane quella scattata dopo l'ultimo arresto, nel 2019. Nella stessa mail si assicura anche che l'immagine “dovrebbe sparire anche dalle ricerche di Google nel giro di un paio di giorni”.

L'enciclopedia libera resta però un problema per Epstein. Che il 16 settembre 2013 scrisse a Joi Ito, all'epoca direttore del MIT Media Lab: “C'è modo di ripulire la mia pagina Wiki?”. La risposta ricevuta è molto tecnica e descrive il funzionamento di Wikipedia. E si conclude con una domanda: “Mi sembra che ci sia qualcuno che ti stia dando la caccia (ripristinando le informazioni compromettenti sulla pagina, ndr). Lo hai neutralizzato?”.

Wired ha richiesto un commento a Wikipedia, a Google e al MitLab, ma non ha ricevuto risposte.

I file citati nel pezzo sono stati scaricati grazie a uno script realizzato con Claude Opus 4.6, analizzati con Claude Sonnet 4.6 e sono disponibili su GitHub a questo link