Nicolò Govoni ha la rara capacità di pensare fuori da tutti gli schemi. Compresi i suoi. E argomenta come un razzo: “Sono impaziente”, si “autodenuncia”. Nel documentario School of Life, uscito la scorsa estate e disponibile in streaming su RaiPlay, dedicato a Still I Rise, l’organizzazione che dirige, suo fratello minore parla della sua stronzaggine, termine non proprio tecnico per descrivere l’attitudine di chi fa quello che vuole e ritiene giusto, magari anche a costo di passare sopra i desiderata degli altri. Del resto lo dice lui stesso: “Cerco di aiutare il prossimo perché fa stare bene me”.
Difficile immaginare quanti inserirebbero nella ricetta del buon leader anche — non solo, ovvio — queste caratteristiche, sta di fatto che Nicolò Govoni, a 33 anni, lo è, un leader. E si è posto la missione di formare una nuova generazione di leader con Still I Rise — che ha fondato nel 2018 ed è stata nominata al premio Nobel per la Pace nel 2023, dopo che lo stesso Govoni lo era stato nel 2020 — attraverso la creazione di scuole di emergenza: la prima sull’isola di Samos, originariamente all’interno di un centro di prima accoglienza particolarmente problematico (che è stato chiuso anche grazie alla denuncia dell’organizzazione e che, in seguito, ha portato alla condanna della Corte europea dei diritti umani nei confronti della Grecia) e in seguito in altri paesi tra cui Yemen, Repubblica democratica del Congo, Siria, Sud Sudan. A queste, soprattutto, si aggiungono le scuole internazionali (oggi presenti a Nairobi, Bogotà e presto anche a Mumbai) che offrono gratuitamente il percorso di studi per conseguire il Baccalaureato Internazionale: scuole di leadership per bambine e bambini che faticherebbero ad accedere anche solo all’istruzione primaria. Di Still I Rise, della sua visione e del suo metodo, Govoni ha scritto in diversi libri pubblicati da Rizzoli. L’ultimo, del 2024, si intitola Un mondo possibile. Dieci idee per cambiare il futuro e la tua vita ogni giorno. Govoni è stato anche uno degli ultimi tedofori durante la cerimonia di apertura delle recenti Olimpiadi di Milano Cortina.
Wired l'ha intervistato in occasione del numero del magazine L’Italia che verrà, che racconta alcuni dei leader del futuro.
Davvero basta offrire un’educazione d’eccellenza per formare i leader del futuro?
È una domanda da un miliardo di euro. Non lo sapremo con certezza fino a quando queste ragazze e ragazzi non saranno grandi abbastanza, fra dieci, vent’anni. Non posso dire: “Sì, è così al cento per cento”, ma è quello che speriamo ogni volta che apriamo una scuola in un contesto difficile, dalle baraccopoli dell’Africa alle favelas del Sudamerica fino alle zone di guerra. Una scommessa, ma non un azzardo. Credo che non ci siano altri modi per cambiare un paese se non attraverso un’istruzione d’eccellenza, democratizzata e con un chiaro “perché” all’interno del suo dna. Come credo che un sistema educativo costruito per asservire un popolo, scoraggiare il pensiero critico, spingere sulla competizione anziché sull’idea di comunità sia un’arma opposta e altrettanto potente.
Mi spiega meglio?
Nei paesi in cui operiamo, l’istruzione magari è lacunosa ma, comunque, allineata a un regime e a un modo di pensare. Da sei anni risiedo in Kenya, una nazione che ha attraversato una dittatura ventennale, dalla fine degli anni Settanta ai primi Duemila, e tutto questo si rispecchia nella mentalità di chi ha studiato in quel periodo. La corruzione è dilagante, ma non omogenea, riguarda proprio le generazioni cresciute in quel sistema scolastico.
Ma l’informazione in generale, propaganda compresa, oggi passa attraverso molti altri canali che non sono la scuola. Dalla rete ai social.
A maggior ragione serve una scuola “cosciente”, che riconosca le complessità del suo contesto e della sua epoca e che sia in grado di rispondervi. Che, come dicevo prima, sappia il suo “perché”. La propaganda di una volta era comunicazione di massa, mentre la capillarità dell’informazione cui assistiamo oggi non ha precedenti nella storia. L’informazione ci conosce personalmente uno per uno, perché gli algoritmi che governano i sodi anni fa erano basati su quello che seguivi, adesso lo sono su ciò verso cui provi interesse in quel momento. Mi è capitato di essere bombardato da feed sulle teorie del complotto per una settimana e quella dopo da video di gatti. Una scuola “cosciente” deve porsi la questione ed equipaggiare gli studenti.
In che modo, visto che il cambiamento è rapidissimo?
Attraverso lo sviluppo di un pensiero critico e libero. E lavorando sull’autostima che, generalmente parlando, tende a essere bassissima per tutti, perché siamo economicamente vessati ed esposti alla disparità degli altri intorno a noi. Questo ci rende insicuri e alla mercé di chi ci vuole controllare. Era così anche cinquant’anni fa? Non esattamente. Facciamo l’esempio dell’Italia: allora c’era una fiducia molto più forte nelle istituzioni, una struttura religiosa, che piaccia o no, e di comunità molto più vivace e una realtà familiare meno mononucleare. Oggi le persone sono più isolate, più fragili. E poi c’è questa agenda ideologica sull’empowerment che, secondo me, non è mirata all’interesse della gente, anche se viene venduta come tale: si fonda sull’idea che ognuno debba bastare a se stesso.
Però le scuole di Still I Rise si trovano in contesti molto diversi sotto tutti i punti di vista.
Il nostro metodo ha al centro l’insurrezione morale e la leadership etica. La piramide sociale ed economica esiste, agli studenti vogliamo insegnare a comprenderla e a utilizzarla a proprio vantaggio. Non a bramarla o a volerla scalare per tornaconto personale. E questo si declina in modi diversi a seconda dei paesi.
Facciamo qualche esempio?
In Kenya, democrazia imperfetta, l’obiettivo è decostruire la propaganda. Parliamo di uno stato piuttosto stabile, con parecchie risorse e un potenziale turistico che non viene sfruttato in maniera adeguata. A frenare il progresso è la corruzione. Il Kenya ha bisogno di una classe dirigente guidata da principi etici. Le ragazze e i ragazzi che due anni fa, durante le proteste, hanno bruciato il parlamento non ragionano in termini di mero tornaconto personale come le generazioni precedenti. In Colombia, invece, dove c’è una democrazia a tutti gli effetti, l’emergenza ha a che fare con la criminalità e la droga. Si tratta di far capire ai giovani che il tornaconto immediato, anche se lo scopo è aiutare la famiglia, non vale il rischio di finire in galera.
Come scegliete gli studenti?
Le do la risposta “ufficiale” che forniamo da sei anni a questa parte. Ma se me lo richiedesse tra uncial sanno esattamente chi siamo e diventano sempre più sofisticati. Mentre fino a un paio di anni potrebbe essere diversa. Ci basiamo su tre parametri: vulnerabilità, attitudine e leadership. Il primo è un punteggio meramente numerico: quanto una bambina, un bambino è svantaggiato per questioni legate alla famiglia, alle condizioni abitative? In casa ci sono acqua corrente ed elettricità? Conta se sei un profugo, un rifugiato politico, se hai una disabilità e così via. Per attitudine, intendiamo l’inclinazione naturale verso i 13 valori delle nostre scuole che vanno dall’ambizione al coraggio, alla curiosità, solo per citarne alcuni, e la valutiamo attraverso giochi specifici. Per leadership s’intende la capacità di guidare positivamente gli altri.
Perché tra un paio di anni la sua risposta potrebbe essere diversa?
Il grande dilemma che stiamo affrontando è: questo sistema di selezione è a beneficio degli studenti o nostro? Siamo sicuri che un bambino con predisposizioni diverse o inferiori rispetto a quello che noi premiamo non possa diventare un leader etico? La risposta è no. Ho visto bambine e bambini su cui si scommetteva poco e che, invece, sono emersi.
Lei l’avrebbe passata la selezione?
Per l’attitudine forse sì. Per la leadership, non so. Dipende anche da quando: alle elementari più probabilmente che alle medie.
Se non ha del tutto fiducia nei sistemi di valutazione, quale potrebbe essere la soluzione?
Una lotteria. Ma con gli strumenti e le risorse umane di cui disponiamo oggi non siamo in grado di accettare chiunque a caso.
Still I Rise ha scelto di finanziarsi solo tramite donazioni private, niente fondi governativi, di organizzazioni internazionali, dell’Unione europea. Lo fate per essere completamente indipendenti, ma con più soldi non potreste aprire più scuole?
Ci rapportiamo sempre con i partner coinvolti. Come l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati nel caso delle scuole di emergenza. Ma se dipendessimo solo da fondi pubblici, europei, certi progetti non potremmo realizzarli. Un esempio: quando, nel 2020, siamo venuti in Kenya con l’idea di aprire una scuola internazionale, i rappresentanti dell’Onu a Nairobi non erano particolarmente entusiasti. Tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 c’è l’accesso alla scuola pubblica per tutti ovunque nel mondo. Una struttura no profit privata che offre un percorso gratuito per il Baccalaureato Internazionale, un rigoroso programma di studi globale riconosciuto in oltre 150 paesi, non è allineata con quel traguardo. Che è legittimo ma che — ormai è chiaro a tutti — non verrà mai realizzato nei tempi previsti. È un problema che si riscontra sempre nella cooperazione internazionale: il gap tra quello che viene teorizzato a New York, Bruxelles, Ginevra e quello che si fa davvero sul campo. Ma se vuoi i loro fondi fai quello che vogliono loro. Giustamente.
Still I Rise dichiara un obiettivo per il 2050: raggiungere un miliardo di persone, tra bambini, docenti e famiglie, contribuendo così alle dinamiche globali di potere. Non è un po’ troppo ambizioso? Avete un business plan?
(Ride). Tentiamo di fare le cose in grande. Vorremmo offrire un servizio di formazione gratuita agli insegnanti anche fuori dai nostri campus diventando partner governativi. In questo modo si fa massa critica.
Prima parlava di Italia. Una delle prossime scuole internazionali volete aprirla proprio qui. Sapete già dove?
Nel Sud per via delle statistiche sulla dispersione scolastica, sulla disparità tra studenti italiani e non, eccetera. I dati Ocse non sono rappresentativi perché fanno media tra l’istruzione nelle regioni del Nord e quelle del Sud. In realtà, se si guarda ai dati disaggregati, è come avere davanti due paesi diversi.
A proposito di dati, sul sito avete pubblicato i risultati di alcune ricerche sulla salute mentale degli studenti in Italia. Solo il 26 per cento delle ragazze e il 17 dei ragazzi si dice contento di andare a scuola, contro una media europea del 56 per cento. Oltre il 46 per cento degli studenti dichiara di provare nervosismo costante sui banchi di scuola, mentre la media mondiale è del 37 per cento. Il benessere emotivo è decisivo per educare alla leadership?
L’indicatore secondo me più significativo è la sicurezza. Quanto ti senti al sicuro a scuola? Non parlerei di felicità perché è un concetto troppo vago, ognuno ne ha un’idea diversa, né di serenità perché la leadership ha anche a che fare con la gestione dello stress, la capacità decisionale in contesti di difficoltà, reattività. Ma l’autostima è cruciale e, per averla, occorre sentirsi al sicuro, amato, protetto.
I problemi principali della scuola italiana, secondo lei?
Senza dubbio, la burocrazia asfissiante. Ho incontrato molti insegnanti che hanno voglia di fare, menti brillanti, ma la struttura, intendo quello che si può e non si può fare nelle classi, li ostacola. Per quanto è vero che i programmi siano formalmente aboliti e che i docenti possono in sostanza decidere liberamente che cosa insegnare agli studenti, l’istituzione resta rigida perché gli obiettivi sono gli stessi. Al momento della maturità, i commissari esterni valutano sempre gli stessi contenuti. Si fanno tante piccole riforme, ma la scuola italiana resta identica nei suoi pilastri.
Mi cita uno di questi pilastri?
Il sistema delle interrogazioni. Io non contesto i voti, anzi, sono un fan dei voti. Ma il fatto che uno per uno si vada alla cattedra a “sputare” gli stessi concetti è una perdita di tempo incredibile. E sono convinto che i dirigenti scolastici delle scuole pubbliche dovrebbero avere più potere decisionale sull’uso dei fondi, chi assumere, chi licenziare, un po’ come accade negli istituti privati. E avere la facoltà di decidere l’identità della scuola che dirigono: di leadership oppure di cittadinanza attiva o di rigore accademico….
La leadership è un concetto dinamico? Voglio dire, le abilità e le conoscenze che fanno di una persona un buon leader oggi saranno le stesse fra dieci, vent’anni?
La mia generazione pensa di essere moderna, innovativa: “I boomer hanno rovinato il mondo, poi siamo arrivati noi a fare attivismo per il clima”. Ma fra vent’anni, trent’anni verremo comunque considerati cariatidi. In realtà, mi accade già. Anche a me capita di pensare: “Non sono così diverso dagli adolescenti perché anch’io sono su TikTok”. Ma è un’illusione.
E quindi?
Non lo so. Del resto, nel 2013, quando ho deciso di trasferirmi in India per fare volontariato non avrei mai immaginato il mondo com’è oggi.
Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L'Italia che verrà, l'ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro

