L'Italia che verrà

L’uomo che protegge le cose. Intervista a Gianni Cuozzo, fondatore e Ceo di Exein

Con il boom dell’intelligenza artificiale, la sicurezza informatica è diventata un territorio in cui la velocità di attacco e difesa è aumentata esponenzialmente. E sarà sempre più spesso un tema sotto gli occhi (e nelle case) di tutti
Gianni Cuozzo
Gianni CuozzoDavid Szauder

A 15 anni, per potersi comprare il primo computer e assecondare la passione per l’informatica, Gianni Cuozzo ha lavorato in un bar, in una gelateria e in un ristorante, dov’era l’addetto alle insalate. La sua era una famiglia umile: “Normale”, corregge subito. “Mio padre era cameriere, mia madre addetta in mensa”. Sono arrivati in Germania dall’Irpinia post terremoto: “Sono nato a Darmstadt, patria del plexiglas e terra di emigrati italiani, impiegati nelle fabbriche o nei mestieri che i tedeschi non volevano fare. L’approdo di una fuga di braccia, più che di cervelli”. Gianni Cuozzo è come le sue parole: diretto e tagliente, ma con ironia. Il prototipo del ragazzo che si è fatto da solo. Oggi, a 36 anni, è un imprenditore di successo. Wired l'ha intervistato in occasione del numero del magazine L’Italia che verrà, che racconta alcuni dei leader del futuro.

La sua Exein tiene al sicuro miliardi di oggetti connessi dei principali marchi di elettronica. Realizza un antivirus per le cose fra i più apprezzati sul pianeta e, solo nel 2025, ha raccolto finanziamenti per 170 milioni di euro. Un fiume di denaro. “Ma la ricchezza è una lotta persa sin dall’inizio, perché ci sarà sempre qualcuno più forte di te”, minimizza lui, quando gli si fa notare che dietro la scrivania del suo ufficio romano tiene appeso un grande ritratto non di Steve Jobs, ma di Zio Paperone: “Ho un ottimo rapporto con i soldi, però non mi ossessionano. Non sono il focus principale”.

Viene da credergli, curiosando nella sua biografia. Da piccolo voleva essere un pilota militare, non un nerd che batte sui tasti di un pc fino a notte fonda. Ha scelto la seconda via per pragmatismo e puro senso della strategia, “perché l’informatica ha il dannatissimo vizio di essere meritocratica. Se una cosa funziona, funziona, indipendentemente da chi c’è dietro allo schermo”.

Nel suo sogno, comunque, è rientrato dalla porta di servizio: prima dei cimenti da startupper, ha fatto il consulente per vari governi e per la Nato. Tra i suoi compiti, per la maggior parte comprensibilmente top secret, c’era “quello di capire come una vulnerabilità del firmware di un sistema d’arma poteva essere trasformata in un’arma”. Insomma, come si violano gli arsenali del nemico facendoglieli ritorcere contro. Ordinaria amministrazione per un ex hacker capace di prodigi: tra i tanti aneddoti sfuggiti alla prudenza del silenzio, c’era il talento d’intrufolarsi, nel tempo record di 10 minuti, nei sistemi di una petroliera scelta a caso nell’oceano. Un deciso salto d’orizzonte per un ragazzino che, per qualche euro in nero, tagliava la lattuga alla periferia di Francoforte.

Gianni Cuozzo

Gianni Cuozzo

Sente di avere sprecato la sua adolescenza infilandola in un lavoretto dietro l’altro?
Non ho mai fatto una vacanza assieme ai miei genitori: la prima volta che sono stato al mare avevo 24 anni. La mia giovinezza è stata votata al sacrificio, ne sono un figlio e una vittima. Mi sono sempre maledetto da ragazzo, ma oggi benedico questo atteggiamento. Nella mia visione, rendere quasi monastica la propria vita è una condizione necessaria per raggiungere determinati traguardi in un mercato ipercompetitivo. Non esistono le scorciatoie, o perlomeno io non ne conosco nessuna.

Da dov’è partito, arte di sfinirsi a parte?
Da videogame come StarCraft e Civilization: li vedevo come una versione moderna degli scacchi, sebbene meno elegante e sofisticata. Mi interessava capire come funzionavano, con quale logica erano stati sviluppati. Non avevo la connessione a casa, andavo in un internet cafè. Pagavo due euro all’ora e studiavo i codici dei giochi. Così, da quella curiosità, è nato il mio interesse per la programmazione. La consapevolezza che il bello dell’informatica non è quello che appare sopra, ma ciò che si nasconde sotto.

A proposito di sottosuolo, in quegli ambienti è entrato in contatto con il Ccc, il Chaos computer club, tra le più ramificate associazioni di hacker del Vecchio continente.
Il grande tema della scena underground nordeuropea era uno: se compro un oggetto elettronico, devo essere libero di farci girare dentro quello che voglio. Per eluderne le protezioni, era necessario compiere un’ingegneria inversa di quel dispositivo. Scovarne le vulnerabilità.

E lei era bravissimo.
Ero affascinato. Perché se modifichi un parametro nel software, hai una reazione di tipo digitale. Ma se cambi qualcosa a livello hardware, le conseguenze avvengono a livello fisico. È tangibile. È reale.

Insisto: è evidente che doveva essere parecchio abile se le forze armate sono venute a bussare alla sua porta. Com’è successo?
All’epoca sia alcuni governi in orbita Nato sia la Nato stessa si stavano organizzando per mettere in piedi alcune componenti di sicurezza attiva. Io sono finito in quel giro di persone, ho avuto la possibilità di operare nei teatri di conflitto in Medio Oriente, Africa, Europa dell’Est. Di più, davvero, non posso dire.

Le piaceva? Una volta ha affermato: “Non sono un buono”.
Ero consapevole che le attività in cui eravamo coinvolti avevano anche ricadute civili. Non era come sganciare una bomba su una scuola, certo, ma implicavano delle conseguenze.

Se ne pente?
No, perché so di avere fatto qualcosa di utile al mio lato del mondo. Non si può ridurre tutto al buono o al cattivo, la società è piena di sfumature di grigio.

Perché ha deciso di smettere?
Ero diventato meno operativo e stare lontano dall’azione non era nelle mie corde. Inoltre, raggiungere una buona posizione era un obiettivo, ma con quel lavoro non si guadagnava. Allora, nel 2017, ho deciso di fondare la mia prima società, Aspisec, trasferendole dentro ciò che avevo imparato sul campo.

Di che cosa si occupava?
Le aziende ci pagavano per essere hackerate. Anticipavamo quello che un attaccante avrebbe potuto fare, mostravamo i nervi scoperti. I miei erano a fior di pelle: mi ero trasferito a Roma, dovevo pagare l’affitto e sostenere mille spese. Ho iniziato con quattro soci, ero il più squattrinato di tutti, senza nessuno a coprirmi le spalle: nella società ho potuto mettere giusto 208 euro, o meglio 206, perché 2 sono serviti per la marca da bollo. Avevo un’enorme paura di fallire.

Non accadde.
Anzi, crescemmo. Ero l’unico del gruppo con capacità tecniche, creai indirizzi di posta elettronica con nomi finti per scrivere ai clienti, fingendo che ci fosse un’intera squadra a seguirli. A quelle email rispondevo sempre io. Prima di vendere, sono stato in grado di comprare tutte le quote dei miei soci.

Intanto, nel 2018, aveva fondato Exein, puntando sulla sicurezza per l’internet delle cose. Dov’è l’idea geniale?
Nel prodotto. Siamo la migliore tecnologia al mondo, il golden standard, avanti di generazioni rispetto a chiunque altro. Non lo diciamo noi, ma il mercato. Approcciamo il software come un’esperienza di lusso, incentrata sulla fluidità e le performance.

Come ci siete riusciti?
Rinunciando per cinque anni alle revenue, aspettando che la tecnologia fosse pronta e matura per il debutto. Non potevamo sbagliare, non lo abbiamo fatto. E poi ci muoviamo in un ambito in continua evoluzione.

Il sottinteso è che le prossime minacce non verranno dallo smartphone o dal pc, ma dal televisore o dalla telecamera di sicurezza in salotto?
Quando ho iniziato a studiare l’hacking di un oggetto, impiegavo mesi per violarlo. Il tempo ci ha tenuti al sicuro. L’intelligenza artificiale, oggi, con i suoi attacchi ricorrenti e autogenerati, può fare danni nel giro di ore. Per esempio, se l’IA spegne tutte le lampadine connesse di un aeroporto, lo paralizza. Tali tipologie di assalti porteranno conseguenze nel mondo fisico molto più visibili rispetto al passato.

L’intelligenza artificiale saprà anche essere lo scudo contro le sue stesse armi?
Di nuovo, è una questione di velocità: ci aiuta a reagire più rapidamente di quanto un umano potrebbe fare. È una gara che Exein è pronta a correre.

In prospettiva, qual è il traguardo?
Nel settore tech europeo, di regola, hanno avuto successo realtà che hanno preso processi analogici, li hanno ottimizzati, digitalizzati e portati sul mercato. È un ottimo modo per fare soldi, ma non per fare ricerca o per avere una ricaduta significativa sul territorio. Il ruolo che vedo per noi è scrivere una narrativa opposta: dimostrare che in Europa si possono inventare e mettere a frutto tecnologie da zero. Ci si può confrontare alla pari con altri paesi e batterli. Noi vinciamo contro gli americani e contro gli israeliani, abbiamo una presenza internazionale, ma siamo un’azienda italiana.

Perché ha scelto Roma come quartier generale e non Berlino o una città più fertile per l’innovazione?
Perché quando sei un figlio di italiani emigrati all’estero, hai una sorta di attaccamento malato verso la tua patria d’origine. La mitizzi. Per me era fondamentale farcela in Italia. Era la sfida al mio destino.

Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L'Italia che verrà, l'ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro