L'Italia che verrà

Una stella sulla terra. Intervista a Francesco Sciortino di Proxima Fusion, la startup che investe sulla fusione

La fusione nucleare potrebbe essere la soluzione energetica migliore e di lungo periodo. Pulita e inesauribile. Oltre agli istituti scientifici di diversi organismi sovranazionali ci lavorano alcune startup, tra le quali una guidata da un italiano
Intervista a Francesco Sciortino
Francesco SciortinoDavid Szauder

Francesco Sciortino è ingegnere e fisico del plasma, ha girato il mondo e vissuto, nonostante abbia solo 33 anni, già più vite di quante ci si aspetterebbe. Nel suo curriculum vitae spicca in particolare una voce: dal 2023 è co-fondatore e Ceo di Proxima Fusion, una startup con base a Monaco di Baviera – nata come costola del Max Planck Institute for Plasma Physics – che punta a rivoluzionare il bilancio energetico del mondo, nientedimeno. Un’ambizione di non poco conto, cui molti guardano con ragionevole speranza.

Negli ultimi due anni Proxima si è affermata come uno dei progetti europei più ambiziosi in tema di fusione nucleare, raccogliendo 200 milioni di euro di finanziamenti dai maggiori venture capital globali, indispensabili per completare entro il 2027 il primo passo per costruire lo Stellarator, una delle due tecnologie in corsa per ottenere il confinamento magnetico del plasma da cui parte la reazione di fusione (l’altra è il Tokamak, più facile da realizzare, ma meno stabile). Francesco Sciortino è uno scienziato giovane ma allo stesso tempo navigato e ha lo sguardo freddo e analitico dell’innovatore di successo. Wired l'ha intervistato in occasione del numero del magazine L’Italia che verrà, che racconta alcuni dei leader del futuro.

Francesco Sciortino

Francesco Sciortino

Ci racconta un poco di lei, di come è arrivato fino a qui?
Vengo dalla campagna viterbese. Mio padre è fisico, lavorava all’agenzia nazionale Enea; mia madre all’Arpa, l’ente nazionale per la protezione dell’ambiente. Sono cresciuto lontano dalla tecnologia, circondato da alberi di nocciole. Poi c’è mia sorella Anna, di qualche anno più grande: laureata a Cambridge, master alla Sciences Po di Parigi (una delle migliori università al mondo per gli studi politici e internazionali, ndr), oggi lavora per l’Unione europea. Quando io avevo 14 anni, ha vinto una borsa di studio molto competitiva ed è partita per Hong Kong. È stata proprio l’ispirazione che mi ha dato lei a spingermi a dare sempre il massimo.

Si è formato largamente all’estero, a partire da un periodo nella sperduta provincia del Nord dell’Inghilterra, quando non era ancora maggiorenne. Che cosa l’ha spinta a queste esperienze?
Passare quel periodo nel Lake District a 17 anni è stato tosto, dall’ambientamento al clima fino a relazionarmi con i miei coetanei locali, ma ho voluto seguire un percorso analogo a quello di mia sorella. Arrivato lì, il mio livello di inglese era piuttosto basso: non capivo molto di quello che dicevano i miei compagni di scuola quando azzardavano le prime battute. Non saper scherzare, non saper socializzare è difficile, ma è una bella palestra di formazione. Poi l’Imperial College a Londra, uno scambio a Losanna, un’estate a Princeton, il dottorato al Mit di Boston... Non ho mai pianificato un percorso “internazionale”, a dirla tutta: ho sempre inseguito il posto dove si faceva la ricerca più interessante. Questa mentalità mi ha poi portato a co‐fondare Proxima, alla ricerca del massimo impatto possibile.

“Mi piace scoprire le cose”, rispondeva in modo celebre Richard Feynman a chi gli chiedeva se volesse decodificare le leggi ultime del cosmo. Da dove viene, invece, la sua passione per la fisica?
Non è stata una folgorazione astratta davanti a un libro. Mi è sempre piaciuta la matematica, ma con il tempo mi sono innamorato delle sue applicazioni. Poi, durante gli anni del corso di laurea all’Imperial College, nel seminterrato dell’edificio, ho scoperto la fusione. Nel laboratorio del generatore Magpie c’erano quattro condensatori enormi che sparavano un megaampere di corrente su un piccolo target metallico. Quando arrivava tutta quella corrente, il metallo si dissolveva in una zuppa di nuclei ed elettroni, e durante le lezioni si sentiva l’edificio tremare. Non si può restare indifferenti a una cosa del genere. Quella è stata la mia prima vera passione: la fisica ai limiti della materia come la conosciamo. Poi a Losanna, al terzo anno di università, ho lavorato per la prima volta su un Tokamak e lì ho capito che la fusione era la mia missione, che sarei andato alla ricerca di modi per sviluppare una stella in laboratorio.

Ci racconta questo colpo di fulmine?
Ho passato diversi mesi a lavorare nel centro di fusione del Politecnico di Losanna, interessandomi alla scienza della materia calda (i cosiddetti plasmi) e della misurazione del plasma a milioni di gradi attraverso spettrometri, gli strumenti per rilevare la luce emessa da quella materia ionizzata. Tecnicamente è complesso, ma quello che mi attraeva maggiormente non era la difficoltà quanto il senso di lavorare su qualcosa di elusivo, una forma di materia che niente sulla Terra può contenere in modo diretto. È per questo che utilizziamo campi magnetici: per sospendere la materia calda nel vuoto, con un contatto minimo con i materiali solidi. Dopo aver esplorato vari argomenti, tra astrofisica e fusione, ho scelto la fusione, perché era quella la missione per me più grande. Da quel momento non ho mai smesso di lavorarci.

Una volta tornato in Europa, dopo un periodo al Max-Planck-Institut, che ospita il leggendario Stellarator Wendelstein 7-X, nel 2022 ha capito che questo era un gioco a cui doveva giocare con nuovi strumenti e organizzazioni. Perché? E quanto è stato difficile prendere questa decisione?
Nel 2022 ci fu una coincidenza straordinaria: lo Stellarator W7-X raggiunse le sue massime performance, come previsto dai modelli numerici, e nello stesso anno uscì una pubblicazione che dimostrava come si potesse ottimizzare computazionalmente uno Stellarator con una simmetria adatta a una centrale energetica. In quel momento ho capito: se siamo in grado di ottimizzare numericamente qualcosa e poi costruirlo esattamente come l’abbiamo progettato, allora possiamo disegnare una centrale. La domanda era solo: riusciamo a disegnarla? E poi a produrre le componenti necessarie? Le strutture accademiche non avevano la velocità che serviva. Negli Stati Uniti c’erano già decine di compagnie dedicate alla fusione. Ho visto nascere Commonwealth Fusion Systems al Mit. Era chiaro che il venture capital era l’unico modo per andare alla velocità necessaria. Mi sono licenziato dal Max Planck a inizio 2023 e con le persone giuste abbiamo fondato Proxima Fusion. Non ho avuto alcun dubbio: era diventato chiaro che fosse il momento per fare questa cosa e che dovessi farla con loro per farla bene.

Proxima in tre anni è diventata la principale realtà europea nell’energia da fusione nucleare: quali intuizioni l’hanno portata a mettere insieme una squadra tanto “convincente”, anche per gli investitori?
L’intuizione era semplice: i finanziamenti seguono il talento. Abbiamo cercato persone che non volessero solo costruire una carriera, ma ridefinirla del tutto. Martin Kubie stava diventando il leader di centinaia di ingegneri, tra Google X e altre grandi compagnie della Silicon Valley; stava facendo carriera come manager, ma lui voleva altro: voleva essere il miglior ingegnere sul pianeta. Gli ho parlato dello Stellarator e ne è rimasto folgorato. Jean-Claude Angles veniva da Tesla, Nicolò Foppiani da Harvard, Nicolò Riva dal Mit. Persone così si convincono solo se vedono un allineamento autentico di valori e di ambizione, non solo soldi. Ovviamente c’è una partecipazione nell’equity, ma quel che conta è soprattutto la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, con le persone giuste. Per gli investitori vale lo stesso principio: Ian Hogarth di Plural e Benjamin Erhart di Uvc Partners hanno creduto in noi fin dall’inizio perché il progetto era abbastanza grande da poter cambiare la geopolitica mondiale. I migliori investitori di deeptech non cercano un business plan ben definito all’inizio di un percorso del genere: cercano idee capaci di cambiare il Pil di un paese.

L’Italia le avrebbe mai permesso di mettere in piedi il suo progetto?
È una domanda che mi sono fatto, con onestà. L’ecosistema che ci serviva – laboratori avanzati sugli Stellarator, una comunità accademica con cui lavorare in partnership, un tessuto di venture capital tecnologico – non era disponibile in Italia nei tempi di cui avevamo bisogno. Però sarebbe sbagliato dire che l’Italia non c’entra. È successo diverse volte che, cercando partner industriali per la meccanica pesante, le opzioni in Italia fossero ben superiori a quelle in Germania, Francia o Stati Uniti. I punti di forza dell’Europa, e in termini di competenze dell’Italia in particolare, nella manifattura sono straordinari. E ci sarà lavoro anche in Italia, nel nostro futuro. La Cassa Depositi e Prestiti ha già investito in Proxima, insieme al Club degli Investitori. La nostra è tutt’altro che una storia di abbandono dell’Italia, piuttosto è una storia di Europa che deve imparare a muoversi come un sistema.

Provo a mettermi nei suoi panni e la cosa che trovo più difficile è una doppia responsabilità; da una parte quella che riguarda un contributo enorme alla scienza e alla tecnologia; dall’altra, quella nei confronti di un centinaio di persone che lavorano per lei, credendo in una scommessa che, in quanto tale, può anche non essere vinta. Si ritrova in questa descrizione?
Sì, ma la paura non è quella di fallire davanti alla storia; quella è una responsabilità che ti dà energia. La paura vera è di non andare mai abbastanza veloce. Di pensare che non sia mai abbastanza. È corretto, ma in certi momenti è anche pericoloso: fare dieci cose fat‐ te male è peggio che farne qualcuna di meno ma fatta bene. La vera strategia non è cosa fai, ma cosa non fai. Quanto alle persone che fanno parte del team, il contratto implicito che abbiamo è di lavorare su qualcosa che valga ogni sacrificio. Chi è venuto con noi – da SpaceX, da Tesla, dalla Formula 1 – si è assunto un rischio molto chiaro. E quella scelta merita di essere onorata ogni giorno.

Nel vostro business plan la prima centrale a fusione propriamente detta aprirà tra un decennio: quali sono le tappe intermedie? E come riesce a mantenere motivati dipendenti e collaboratori di fronte a tempi così lunghi?
Il percorso si articola in tre momenti chiave. Entro il 2027 vogliamo completare il prototipo dei magneti superconduttori, che sono il cuore dello Stellarator. Nei primi anni Trenta arriverà Alpha, il nostro primo Stellarator dimostrativo, con l’obiettivo di ottenere più energia dal plasma di quanta ne immettiamo. Stellaris, la centrale a fusione, la immaginiamo in opera nella seconda metà degli anni Trenta. Per quanto riguarda la motivazione, le persone scelgono Proxima per l’opportunità di ridefinire la propria carriera su qualcosa di epocale, capace di cambiare la geopolitica energetica del pianeta. C’è anche una partecipazione azionaria generosa per tutti, ma soprattutto c’è un allineamento di valori molto forte, che fino a oggi abbiamo messo a terra andando al doppio della velocità inizialmente stimata.

Che cosa manca all’Unione europea per tenere il passo nella corsa globale all’innovazione?Credo che l’Europa stia vivendo un momento di malattia culturale, di mancanza di spirito competitivo. Abbiamo lo stesso numero di startup degli Stati Uniti con il doppio degli abitanti, e raccogliamo 50 miliardi all’anno contro i 215 americani. I motivi sono mille, ma il più profondo credo che sia il fatto che non ci sono ancora abbastanza founder disposti a lanciare qualcosa che dopo dieci anni potrebbe lasciarti con nulla. Servono più persone che vedono opportunità dove altri vedono potenziali fallimenti. In Europa abbiamo una preparazione tecnica eccellente e una manifattura che il mondo ci invidia: quasi 600mila persone qualificate per lavorare con macchine utensili automatizzate solo in Germania contro le 300mila di tutti gli Stati Uniti. Gli americani sono in notevole svantaggio quando si parla di manifattura di precisione. Forse per l’Europa è arrivato il momento di dire: adesso applichiamo il software al mondo fisico. Quello che il software ha fatto ai telefoni, lo farà agli Stellarator, ai razzi, ai nuovi materiali. E su questo possiamo vincere noi. Servono meno scuse e più sudore. Ed è necessario che si creino campioni europei che possano essere vincenti a livello globale.

L’inevitabile momento mentorship: se dovesse dare un singolo consiglio “d’oro” a un giovane fisico che vuole seguire una strada simile alla sua, quale sarebbe?
Fai qualcosa di grande. Non adagiarti a cercare revenue nei prossimi tre anni: cerca il problema più difficile e più urgente che esista e mettici dentro tutta la tua competenza. La cosa più controintuitiva che ho imparato è che i migliori investitori, i migliori collaboratori, i migliori ricercatori non rispondono a business plan prudenti: rispondono a missioni vere. Dopodiché trovati le persone giuste, con cui sei allineato sui valori, perché nei momenti bui – che arriveranno – devi sapere chi andrà fino in fondo con te.

Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L'Italia che verrà, l'ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro