Tanto vale chiarirlo subito: Il Diavolo Veste Prada 2 non è il comfort movie che ci saremmo aspettati. C’eravamo lasciati, nel 2006, con la famosa battuta di Miranda: «Non essere ridicola Andrea, tutti vogliono essere noi». Nell'euforia pre-crisi di inizio millennio, il film mostrava il volto crudele e terribilmente affascinante di una rivista patinata. Vent’anni dopo, quel sogno è finito: Il Diavolo Veste Prada 2 non è un film sull’industria della moda, ma sulla crisi dell’editoria e del giornalismo.
Cos'è cambiato (e cosa no) nel Diavolo Veste Prada 2
I titoli di apertura del film 20th Century Studios (distribuito da The Walt Disney Company Italia) sono una passeggiata sul viale dei ricordi, tra easter egg e citazioni del primo film, ma il tono del film cambia immediatamente. Il giornale in cui lavora Andy Sachs (Anne Hathaway), ormai adulta e in carriera, chiude all’improvviso. Miranda Priestley (Meryl Streep) finisce al centro della gogna mediatica per colpa del fast fashion. Le loro strade si incrociano di nuovo e Andy torna a Runway, che nel frattempo non è più una rivista. Come le spiega Nigel (uno Stanley Tucci preservato nel tempo) è «nell’etere, digitalizzata, scaricabile» perché la versione cartacea «ormai praticamente non la compra più nessuno».
I fasti di una volta sono lontani: Miranda Priestley ora deve appendersi il cappotto da sola e non può più pronunciare i lapidari bon mot perché ha un’assistente (Simone Ashley, una Miranda in miniatura) che la redarguisce prima che intervengano le risorse umane.
La Streep ci aveva promesso una Miranda «più cattiva che mai» ma l’impressione è che sia più stanca e spaesata che mai. E non solo perché non si ricorda né di Emily, né di Andy. Neanche lei è stata risparmiata dalla cancel culture, dai capricci dei ceo e dalle richieste degli investitori pubblicitari che vogliono - e possono - dettare la linea al giornale. Ed è qui che ritroviamo Emily (Emily Blunt), che ha fatto carriera nel retail di lusso, ed è più ambiziosa, squinternata e ambigua di prima.
Il regista: «Il primo iPhone, l'inizio della fine»
«Per mettere le cose in prospettiva - ha spiegato il regista David Frankel nelle note che accompagnano il film - il primo iPhone è uscito un anno dopo l’uscita del primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. E mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento».
Miranda Priestley, la donna capace di distruggere la carriera di uno stilista arricciando le labbra ora deve discutere con i finance bro vestiti di poliestere. Nella sceneggiatura di Aline Brosh McKenna, ormai completamente slegata rispetto al libro originale di Lauren Weisberger, deve scendere a compromessi con i nuovi titani dell’editoria, con poco buon senso e ancor meno buon gusto, ma con le tasche profonde nei loro gilet imbottiti. E badate bene: il condannato a morte qui non è il giornalismo di moda, ma l’editoria nel suo complesso, stritolata tra le logiche dei social e quelle del marketing.
Dalla prospettiva di Andy, il film è anche una riflessione lucida e sconsolata sullo scopo del giornalismo in tempi in cui le notizie si scelgono inseguendo i clic e le visualizzazioni. Insomma: se neanche Miranda, la direttrice sempre dieci passi avanti a tutti, è immune ai tagli al budget e alle logiche delle metrics, che speranze hanno gli altri? E noi, come Andy, siamo lì a guardarla e a chiederle: «Hai un piano, vero?».
Ritratto di un mondo che non esiste più
Nonostante la fotografia da spot pubblicitario e un montaggio a rotta di collo - distratevi un attimo, e avrete perso qualcosa - Il Diavolo Veste Prada 2 tiene fede al genere della commedia e regala ai fan tutto ciò che avevano aspettato per vent’anni: i vestiti, le passerelle, la wunderkammer del guardaroba, il sarcasmo di Nigel e i commenti incendiari di Emily. Che, sospettiamo, diventeranno i meme dell’anno. A differenza del primo film, stavolta stilisti e brand hanno fatto a gara per esserci: è l'apoteosi del product placement. Il budget lievitato ha permesso di girare una parte del film a Milano in piena Fashion Week. I cameo sono troppi da contare - da Lady Gaga a Donatella Versace - e le aggiunte al cast portano lo spirito della GenZ nella redazione di Runway.
Il primo film è diventato un fenomeno perché mostrava un mondo spietato, ma terribilmente affascinante. Era una storia di formazione, sul trovare la propria strada e la propria voce. Certo, Andy veniva trattata malissimo sul posto di lavoro, ma non è lei stessa poi a cambiare opinione sulla rivista? A provare una sorta di riverenza, perfino? Un’intera generazione è uscita dal cinema sognando gli stivali di Chanel e citando il monologo di Miranda sul ceruleo come la Bibbia. È molto difficile immaginare che un’adolescente, oggi, esca dal cinema sognando di lavorare nell’editoria. Quel mondo dorato, semplicemente, non esiste più. Basta grattare la superficie glamour per scoprire che quello sullo schermo è proprio il nostro mondo, in cui chiudono librerie ed edicole, i palazzi storici diventano condomini di lusso e le persone scoprono di essere licenziate da una notifica sul cellulare.
Un film sull'importanza dell'eredità
Il Diavolo Veste Prada 2 è una storia sull’importanza di custodire l’eredità: quella culturale della rivista, minacciata dall’intelligenza artificiale e dal profitto a ogni costo, e quella personale di Miranda. Cosa resterà dei sacrifici, dei compromessi, delle rinunce? Verremo ricordati per ciò che abbiamo costruito, o per ciò che abbiamo perduto? Simbolicamente, la conversazione più importante del film - lo scontro tra vecchio e nuovo mondo - avviene sotto un capolavoro di Leonardo Da Vinci. È l’ultimo giro di valzer, l’ultima cena, l’impero che cede sotto le spinte dei barbari capitalisti. Il lieto fine ovviamente è garantito, ma precario: sappiamo già in che direzione sta andando il mondo, e lo sanno anche Andy e Miranda. Perciò godiamoci un’ultima volta questo sogno pop, prima che finisca.

