La spinta di big tech per arginare la regolamentazione europea su AI e digitale è entrata nel vivo, con il benestare di re Donald

Ora i colossi tecnologici spendono il triplo di farmaceutiche, finanza e case automobilistiche per condizionare i testi di direttive e regolamenti che vengono approvati a Bruxelles
Big Tech al gran completo era presente all'inaugurazione di Trump a gennaio 2025
Big Tech al gran completo era presente all'inaugurazione di Trump a gennaio 2025JULIA DEMAREE NIKHINSON/Getty Images

Le big tech non hanno mai speso così tanto per fare pressione sui chi decide a Bruxelles. Il budget destinato a fare lobby su funzionari e politici del nostro continente si è impennato negli ultimi anni: dai 97 milioni di euro del 2021 ai 151 milioni del 2025: il 55,6% in più in quattro anni, il 33,6% solo negli ultimi due. Lo afferma un rapporto delle ong Corporate Europe observatory e Lobby control, basato su dati estrapolati dallo Eu Transparency Register. Soldi che servono per pagare eventi, società di relazioni pubbliche, e finanziare centri studi e think tank. Secondo le ong, è in corso un attacco “aggressivo” alle normative comunitarie sul digitale, le più avanzate al mondo: un atteggiamento – quello dell'Unione – che aveva condotto, l’anno scorso, all’adozione dell’AI Act per governare il processo di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Le big tech vogliono regole più morbide

Non è difficile capire perché i colossi del business digitale (prevalentemente a stelle e strisce, ma non solo) storcono il naso: più regole significa meno opportunità. Così la squad che si fa la guerra quando si deve contendere gli acquisti online si è trovata, per una volta, dalla stessa parte della barricata. E ha reagito chiamando a soccorso amici potenti, come il presidente statunitense Donald Trump, a cui hanno rivolto elogi smisurati in questi mesi. In cambio di un atto di sottomissione impensabile solo qualche anno fa – vale la pena di ricordare che la Silicon Valley è storicamente associata al fronte liberal, cioè democratico –, l'amministrazione populista ha sfoderato tutta la propria potenza di fuoco. Se a gennaio Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta (che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp) aveva definito il Digital services act europeo come “censura”, il vicepresidente J.D. Vance lo aveva sostenuto dalla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, affermando che “in Europa la libertà di parola sta facendo passi indietro”.

E chiedono sostegno a Trump contro Bruxelles

A febbraio è stato il turno di Trump, che con un ordine esecutivo ha fatto la voce grossa. L’ordine si intitola – nello stile politicamente scorretto divenuto usuale per la Casa Bianca – Difendere le società e gli innovatori americani dalle estorsioni d’oltremare e da multe e penalizzazioni inique. Si tratta di un’invettiva che, neanche a dirlo, minaccia dazi e ritorsioni contro chi prevede tasse sul digitale. Nell’elenco dei paesi attenzionati c’è anche l’Italia.

Gli effetti di questa campagna non hanno tardato a farsi sentire. E per suggerire come scrivere le nuove norme – o modificare quelle già in vigore – le multinazionali del web hanno sguinzagliato eserciti di uomini in giacca e cravatta con accesso ai corridoi del potere. “Ci sono pochi dubbi sul fatto che l'impatto ci sia stato”, dice a Wired Bram Vranken, campaigner di Corporate Europe observatory. “Per tutto l’ultimo anno Big tech ha intensificato l’attività di lobbying spendendo come mai prima – e l’offensiva sta pagando”.

Pochi giorni fa un reportage da Bruxelles condotto dal magazine Politico (sempre molto informato sugli umori delle assise continentali) certificava come nella capitale belga il vento stia cambiando e le voci che premono per una sospensione dell’AI Act stiano guadagnando terreno, trasformando l’Europa, terra dei diritti digitali e non, in una regione guidata dalla preoccupazione di perdere la gara per il futuro. Del resto, l’ex presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, voce accorata dell’economia globale (ma portatore di una visione plasmata anche dalle esperienze nell’organico di grandi attori della finanza), aveva bastonato il regolamento europeo sostenendo come fosse “fonte di incertezza”.  I tempi cambiano, e cambia anche il lessico: “Oggi per fermare la governance del digitale si parla di semplificazione”, spiega Vranken, “che è diventata la nuova parola per dire deregulation”.

Ma i rischi sono reali, oltre che digitali

Ma i rischi che comporta l’intelligenza artificiale sono altrettanto preoccupanti. E un gruppo di filosofi ha già lanciato l’allarme, mostrando pessimismo per il futuro se al volante di una macchina lanciata a 300 all'ora resteranno solo i business guys. I colossi tecnologici, peraltro, compreso di essere spalleggiati da Washington, ha messo nel mirino anche il Digital markets act e il Digital services act, altre due normative intese a regolare il mercato continentale. Riuscirà a imporsi?

coscienza intelligenza artificiale
Siamo stati a un convegno dove si è acceso il dibattito tra filosofi e scienziati. Per alcuni ChatGPT mostra già forme di consapevolezza, per altri è solo un’illusione

I numeri della lobby tech

Ad avere più incontri di tutti con i funzionari della Commissione, secondo Corporate Europe observatory, sarebbe stata Google, con 416 meeting. Seguono Meta (262) e Microsoft (250). Amazon è “solo” a quota 176; Apple si ferma a 144. Per capire a cosa servono questi rendez-vous può essere utile fare ricorso alla psicologia: si tratta di ricostruire la geografia del potere, di individuare gli anelli deboli su cui fare pressione – usando la leva dei posti di lavoro, per esempio – e ammorbidire i decisori. Il lobbismo, quando è regolato, è questo – e può persino essere utile.

A contribuire alla crescita del budget investito nel lobbismo sono Amazon (+4,2 milioni di euro), Microsoft e Meta (entrambe con 2 milioni in più). Non solo: a Bruxelles starebbero accorrendo diversi attori e lobbisti del settore digitale, passati da 565 a 733 ora in pianta stabile. Una delle spiegazioni fornite dalle ong fa capo all’intelligenza artificiale, con OpenAI, Anthropic, Mistral AI, Aleph Alpha e altre che hanno messo un piede nella capitale belga. Ma, spiegano gli attivisti, l'impennata potrebbe anche essere dovuta all’emersione di quanto già avveniva in modo opaco: oggi regole più rigide impongono di dichiarare incontri che prima potevano passare inosservati, come quelli con funzionari di medio livello. Vranken sottolinea che “quanto alle cifre, le stime del Transparency Register sono probabilmente al ribasso, perché si basano su autodichiarazioni delle multinazionali. Queste possono essere contestate solo in presenza di prove, molto difficili da ottenere”. In ogni caso, a spendere più di tutti sarebbe Meta, con 10 milioni di euro, seguita da Microsoft, Apple e Amazon (7 milioni a testa). Qualcomm e Google si fermano a quota 4,5 milioni. Per capire la mutazione in atto nel lobbismo europeo basta guardare i numeri: secondo i calcoli degli attivisti, le prime dieci Big Tech sborserebbero più (48 milioni di euro) di un gruppo di trenta aziende composto dai primi dieci big spender di farmaceutico, finanziario e automotive presi assieme (42,75 milioni), e due volte quanto pagato dal setttore energetico. Tutti comparti storicamente noti per la loro attività di pressione.

Il ruolo dei think tank

E poi ci sono think tank e centri studi. In questo caso manca l'obbligo di dichiarare le cifre, “ma il numero degli istituti foraggiati è aumentato negli anni. E i lobbisti si avvalgono degli studi che questi soggetti producono per avvalorare le proprie tesi e fare da eco ai propri messaggi”, in pratica, si va dal decisore con un articolo in mano, molti numeri e parecchie slide preparate da una firma importante, e si tenta, così, di guadagnare credibilità.

I prossimi mesi saranno decisivi per il digitale in Europa. Sono attese modifiche ai regolamenti esistenti per aumentare la competitività, oltre a nuovi interventi sui social media, in particolare per evitare il ricorso a tecniche capaci di indurre dipendenza nella progettazione delle piattaforme. La guerra è in cominciata. E la politica non può abdicare al proprio ruolo.