Vogue World: Milano e la moda italiana: una festa per gli occhi che celebra decenni di splendore
Sotto la magnifica, imponente cupola in vetro e ferro della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, ogni giorno i visitatori fanno la fila per compiere un insolito rituale portafortuna: appoggiano un tacco sui genitali del toro raffigurato in un mosaico della pavimentazione, premono con forza e girano tre volte su se stessi.
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Anche il sistema della moda italiana gira, e lo fa dagli anni Settanta, quando Milano è emersa quale centro globale di una rete di industrie dedicate all’abbigliamento, al tessile e al design. L’ascesa della moda italiana si fondava sulla storia e sul retaggio, con una tradizione artigianale risalente al Rinascimento. Eppure, rappresentava qualcosa di radicale, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello estetico: una nuova sintesi tra manifattura specializzata e scala industriale, animata da designer dalla vocazione pionieristica – non ultimo, Giorgio Armani, che ha fondato la sua azienda nel 1975 –, pronti a smantellare le idee consolidate su come gli abiti dovessero essere costruiti, presentati e indossati.
Mezzo secolo dopo, quel sistema rimane formidabile. Quasi l’80 per cento della filiera gestita da Kering, il gruppo che comprende Gucci, Bottega Veneta e Saint Laurent, si trova in Italia. Tuttavia, ciò che un tempo rappresentava modernità e innovazione tende oggi a essere discusso attraverso il prisma del patrimonio storico, dell’artigianalità, della memoria d’archivio, della tradizione. Aspetti che, naturalmente, restano estremamente preziosi, ma che, nelle mani sbagliate, possono trasformarsi in vincoli opprimenti.
La moda italiana si trova dunque a un crocevia tra passato e futuro, tradizione e progresso, artigianato e tecnologia. Può utilizzare ciò che ha ereditato come base per compiere un altro grande balzo in avanti?
Scelta come location della quinta edizione di Vogue World: Milano, la Galleria incarna alla perfezione – non meno dell’evento stesso – questo crocevia. È stata la sede del primo negozio Prada e continua a ospitare firme italiane dalla lunga storia capaci di reinventarsi ripetutamente. È essa stessa un prodigio della tecnologia – quella del XIX secolo – e, situata com’è tra il Duomo e la Scala, collega due templi milanesi dell’ingegno umano, uno consacrato alla fede, l’altro allo spettacolo, attraverso uno spazio monumentale dedicato al commercio.
Vogue World: Milano, la nostra più recente celebrazione globale della moda, è una storia concepita attraverso atti distintivi, incentrati su temi tanto diversi tra loro come l’artigianato, l’industrializzazione, la creazione dell’immagine, la tecnologia intelligente e la visionarietà. Prendendo le mosse dai preziosi tessuti frutto del savoir-faire manuale italiano – velluto, broccato, pizzo –, il racconto si sviluppa nell’era della macchina, quando Giorgio Armani e altri rendono la sartoria più leggera, più aderente al corpo e più espressiva. Arrivano poi il glamour esplosivo di Versace e Dolce&Gabbana e le fantasie dai colori saturi di Missoni e Pucci. Infine, gli abiti monocromatici dell’atto conclusivo offrono tele bianche per la sperimentazione, guardando a un futuro in cui la tecnologia potrà portare a un livello superiore il processo creativo umano.
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Gli abiti fotografati in queste pagine occupano lo stesso territorio. Realizzati da alcune delle più grandi maison italiane, tra cui Valentino, Armani, Dolce&Gabbana e Versace, rappresentano tecniche, modelli e linguaggi visivi di epoche diverse. Tuttavia, come accade sempre con la moda, il loro impatto dipende dal modo in cui i designer riflettono il proprio tempo: dall’inserimento, da parte di Prada, di motivi sportswear e materiali tecnici nella sua peculiare interpretazione della femminilità, alla radicale rilettura delle silhouette couture, nel caso di Pierpaolo Piccioli, con la prima collezione Genius di Moncler. E, come dimostra l’omaggio, da parte di Versace, alle copertine di Vogue riprodotte su una catsuit creata da Gianni nel 1991, la moda italiana è diventata dominante a livello globale non solo perché l’Italia produceva abiti straordinari, ma anche perché quegli abiti venivano tradotti in immagini altrettanto straordinarie.
La nostra intuizione è che la moda italiana – e la sensibilità che ne è all’origine – sia pronta per un nuovo Rinascimento. La tecnologia, naturalmente, non possiede di per sé alcun significato culturale. Quest’ultimo emerge, invece, dalle decisioni umane attraverso cui la tecnologia viene messa a punto e applicata. Il sistema della moda italiana è stato creato proprio attraverso questo tipo di decisioni: trasformare competenze ereditate in processi moderni e abiti prodotti industrialmente in immagini capaci di esercitare un forte richiamo a livello globale.
Oggi, le nuove tecnologie sfidano la moda italiana a compiere nuovamente quella trasformazione. La tradizione sopravvive non restando immobile, ma attraverso l’azione, e lasciandosi reinventare, ricostruire, migliorare. Il giro della moda non si ferma mai.
Questo servizio dedicato a Vogue World: Milano e alla moda italiana lo trovate anche sul numero di Ottobre 2026
IN APERTURA: Ida indossa una tuta stampata di EMILIO PUCCI.
PHOTO Ethan James Green
FASHION EDITOR Amanda Harlech
HAIR Kiyoko Odo
MAKE-UP Lynsey Alexander
TAYLORING Anh Duong
MANICURE Lora De Sousa.
PRODUZIONE BIG ONE c/o Studio Rouchon
SCENOGRAFIA Felix Gesnouin.
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