Cracco in Galleria a Vogue World Milano 2026: l'intervista esclusiva lo stile, le stanze segrete e il nuovo agriturismo in Romagna
Anni Ottanta. Carlo Cracco ha 21 anni quando decide di andare a Milano. «Cosa ci vai a fare?» gli dicono perplessi in famiglia, ma lui è già molto determinato: ha un'ossessione bruciante nelle ossa e nella testa. Arriva e scopre una città che si crede al centro del mondo e non è un'illusione. È la Milano da bere: uno stato d'animo, una posa, un modo di camminare per strada. Armani, Versace e Krizia stanno imponendo l'Italian style nel mondo, le sfilate si moltiplicano tra show in Piazza Duomo e catwalk a cielo aperto. In Galleria Vittorio Emanuele II passa tutta la città. I paninari con i Moncler sgargianti e gli scarponi Timberland color miele che comprano dalle sorelle Rosy e Adele Biffi o da Gio Moretti, si ritrovano in piazza San Babila e poi sciamano fin da Burghy sotto la cupola di vetro per poi compiere il rito del toro raffigurato nel mosaico del pavimento: calpestarne gli attributi con il tacco destro come portafortuna. Passano da lì anche i creativi delle agenzie pubblicitarie che hanno fatto grande il decennio, i milanesi chic che vanno e vengono dalla Scala, gli habitué del Savini. Per un ragazzo venuto dalla provincia di Vicenza, quella è un'energia avvolgente, propulsiva, che gli cambia la vita e in cui oggi si rispecchia. «È una città con una mentalità bella, positiva, che sa trasformarsi senza dimenticare quello che è. Io mi ci riconosco pienamente». È in questa città, da Gualtiero Marchesi, l'uomo che in quell'anno, il 1986, conquista le prime tre stelle Michelin della cucina italiana, che tutto comincia.
Rivivi la diretta di Vogue World 2026: Milano
Gli anni passano e la Galleria cambia con loro. La grande ristrutturazione che precede l'Esposizione Universale del 2015 restituisce alla città un luogo che sembrava essersi un po' perduto per strada, il pavimento in marmo torna a splendere, le vetrate riprendono luce. Il Salotto di Milano ritorna ad essere ciò che era stato pensato nell'Ottocento: il cuore della città, il posto dove tutto converge. Proprio in quel periodo Cracco entra per la prima volta nei locali abbandonati da venticinque anni, trova calcinacci ovunque, tutto a pezzi, ma poi guarda fuori dalla finestra e vede l'Ottagono. «Ho detto: beh, beh. Mi sono innamorato immediatamente». Tre anni e mezzo di lavori dopo, il 21 febbraio 2018, apre Cracco in Galleria. Chi entra viene accolto prima di tutto da una luce calda, diffusa, che non ha niente di artificiale. È il giallo Milano, quel tono caldo che secondo la leggenda nacque per caso nel tardo Cinquecento, quando un apprendista usò lo zafferano per decorare le vetrate del Duomo e qualcuno, alla festa di nozze che seguì, finì per colorare il riso con la stessa spezia. Quel giallo è ovunque, nei mosaici del Café al piano terra, nelle pareti, e poi lo ritrovi nel piatto, quel risotto allo zafferano con midollo che è una signature della cucina di Cracco. Dentro e fuori si rincorrono materiali e colori, come aveva voluto lo Studio Peregalli Sartori, gli architetti scelti per il progetto, eredi diretti di Renzo Mongiardino.
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Al piano terra c'è il Café, aperto dalla mattina alla notte, e il primo profumo che si incontra è quello dei cornetti prodotti nel laboratorio appena sopra, un caso unico nel cuore della città. Sono una pasta bianca sfogliata al burro, con una componente aromatica di agrumi e vaniglia, più morbida e meno unta del croissant francese. Accanto, sul lungo bancone con gli specchi anticati che riprendono i motivi dei caffè milanesi di fine Ottocento, ci sono le veneziane farcite, pain au chocolat, girelle sfogliate. È il benvenuto più inclusivo possibile, come lo chiama Cracco, quello che dà a turisti e milanesi, bancari e artigiani, la stessa allure, la stessa mattina sotto la stessa cupola. Il ristorante è invece al piano superiore, e si annuncia con il crepitio del parquet, quello originale di Mengoni, l'artefice della Galleria Vittorio Emanuele II, sollevato e restaurato. Le tre sale e i due privé (uno romanticissimo solo per due, con vista sulla Galleria) con le luci della sera sono separati da doppie porte, tende di tessuto metallico dorato, luci basse diffuse da applique e paralumi. I colori dei piatti si ispirano a Gio Ponti. La grande finestra della sala inquadra l'Ottagono, un fondale teatrale che Cracco regala agli ospiti per dare un sipario alla sua cucina mentre va in scena il rito dell'ospitalità. «È il nostro benvenuto», racconta lo chef nel suo ultimo libro Cracco in Galleria, pubblicato da Phaidon: «è il mio posto in prima fila nel Salotto di Milano». Proprio in questa magica location, la Galleria Vittorio Emanuele II, Vogue porta il suo mondo con Vogue World, l'evento degli eventi, che la illuminerà il 22 settembre 2026.
Come hai vissuto la Galleria Vittorio Emanuele II quando sei arrivato a Milano per la prima volta?
All'inizio la vedevo come la vedono tutti, ci passavo, guardavo. C'era il Savini, che era il riferimento della ristorazione milanese e c'era tutta quella vita che scorreva sotto la cupola. Un luogo con una sua storia, una sua energia particolare. Poi, anni dopo, quando ho visto questi spazi e ho capito cosa poteva diventare, è cambiato tutto.
Avevi deciso di aprire proprio qui in Galleria?
Non è stata una scelta fatta a tavolino. Stavamo cercando un posto nel centro di Milano, ma gli spazi più belli non li cedono ai ristoratori, è più sicuro affittare alle maison della moda. Poi quasi per caso ho incontrato qualcuno del Comune che mi ha detto: guarda che ci sono delle opportunità in Galleria. Non sono più tornato indietro.
Raccontaci la Galleria Vittorio Emanuele, ti capita di osservare le persone che passano?
La Galleria è diventata quello che era all'inizio. Un luogo magnifico, un hub dove converge tutta la città, per motivi diversi, con stili diversi, ma con una cura e un'eleganza che prima non c'erano. Poi durante la Settimana della Moda è bellissimo; la Galleria è il termometro della città, quando cambiano i trend questo è un osservatorio privilegiato.
C'è un posto, dentro Cracco in Galleria, che ti sorprende ancora?
La cantina. L'abbiamo ricavata nei sotterranei, sotto il camminamento della Galleria stessa, non te l'aspetti, ed è proprio questo che la rende magica. Tutto in larice naturale e beola antica recuperata, con l'isolamento, le temperature, le luci giuste. È il luogo del Wine Club, e quando ci porti qualcuno per la prima volta la reazione è sempre la stessa: stupore. Sei sotto il Salotto di Milano in segreto.
E Milano, come la vedi oggi?
È la città della mia famiglia, ci ho fatto quattro figli. Ma quello che mi colpisce davvero è la reputazione che si è costruita nel mondo. Eravamo qualche tempo fa a Mumbai e ci dicevano "Oh Milano, Milano!". Non Roma, non Venezia: Milano! È il lavoro di tutti: la moda, il design, i locali, l'apertura mentale. In tutto il mondo il messaggio che passa è che Milano è la città più bella. È una città con una mentalità positiva che sa trasformarsi senza dimenticare quello che è. Una città che non dice mai no alle novità ma le valuta. È pratica, calvinista, un modello di integrazione. Io mi ci riconosco pienamente.
Hai progettato questo spazio pensando anche a chi lavora con te, non solo a chi viene a mangiare.
Abbiamo recuperato dei vecchi locali abbandonati all'ultimo piano e li abbiamo trasformati in una staff house, una trentina di posti per i ragazzi che lavorano qui. Trovare casa in centro a Milano è quasi impossibile per un giovane che arriva da fuori. Ci sembrava la cosa giusta da fare. Siamo in ottanta, e quasi la metà dorme qui. È diventato un piccolo mondo a sé.
Vogue World Milano 2026 ha come tema l'artigianato. Cosa significa per te questa parola?
L'artigiano è la persona più importante che esista, perché è quello che crea, che porta avanti una cultura, una tradizione, un luogo. Noi siamo artigiani nel vero senso della parola, tutti i giorni facciamo da mangiare, e lo facciamo da nuovo. È un lavoro sartoriale, dedicato che tiene conto di tutto: i gusti cambiano, le persone cambiano.
C'è un parallelismo con la moda?
Fortissimo. Noi siamo più come l'haute couture dove ci sono quelle sarte pazzesche che cuciono e ricamano e non ritroveremo mai più uguali. In cucina è lo stesso, c'è qualcuno che pensa un piatto, qualcuno che lo realizza e qualcuno che lo porta in giro. E un piatto, come un abito, lo si vuole cambiare ogni giorno.
L'estetica del cibo.
Anche qui le assonanze sono tante. C'è la parte classica e c'è la parte di avanguardia più estrema, ma in mezzo c'è il mondo. La cucina sarà sempre figlia del tempo in cui cresce e negli ultimi anni non abbiamo avuto una grandissima evoluzione. Lo stesso è successo anche nella moda. Il processo creativo, per motivi ancora da capire, si è rallentato.
Il ristorante del futuro?
Un ristorante che sa essere attuale ma guidato dai giovani. È la vera sfida, e noi dobbiamo essere capaci di farli innamorare di questo lavoro, di fargli percepire che quello che fanno ha un senso. Quando vedi dei ragazzi che sanno raccontare, che sanno farti vivere un'esperienza unica, sei felice. Il resto viene da sé.
Sappiamo che hai un nuovo progetto a cui tieni particolarmente.
Si chiama Vistamare. È un podere di ventidue ettari a Santarcangelo di Romagna, il paese di Rosa, mia moglie. Vigne, ulivi, frutta. Lo stiamo trasformando da anni, abbiamo ristrutturato le case, piantato una tartufaia, e adesso apriamo un agriturismo con quattro camere e un piccolo ristorante. Uno stile completamente diverso da qui integrato nel paesaggio, con i colori della natura.
Ti immagini lì da vecchio?
Da vecchio? Non faccio mai programmi a lunga scadenza, massimo due giorni. L'abbiamo fatto perché ci piace, perché ci teniamo. È un posto stupendo: il mare di fronte, la collina, un'aria completamente diversa. Per il resto, si vedrà.
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