Elena Bonetti: «Questa legge elettorale rischia di eliminare le donne in Parlamento. Chiamiamola Macellum»

L'ex ministra per le Pari opportunità dall’inizio dell’iter della nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza si batte per il ripristino della parità di genere
Elena Bonetti presidente di Azione parlamento
Elena Bonetti, presidente di Azione, in passato ministra delle Pari opportunitàSimona Granati - Corbis/Getty Images

Nel Parlamento attuale le donne sono il 33% del totale: già un lieve calo rispetto alla legislatura precedente, quando erano arrivate al 36%. Ma con la nuova proposta di legge elettorale, che a partire da oggi ritorna alla Camera per un’ultima lettura che si prevede travagliata, c’è il serio rischio di un vero e proprio tracollo: le stime delle opposizioni scendono tra il 15 e il 20%. Ma c’è anche l’ipotesi, magari remota ma intanto non impossibile, «che si possa arrivare a non eleggere neanche una parlamentare donna». Parola di Elena Bonetti, presidente di Azione, in passato ministra delle Pari opportunità, che dall’inizio dell’iter di questa legge si batte per il ripristino della parità di genere.

Zero donne in Parlamento: possibile? Possibile sì, leggendo tra le pieghe della mole di emendamenti discussi nelle Commissioni di Camera e Senato prima di oggi. Il nodo del contendere risiede nella combinazione di due norme approvate nello Stabilicum, il soprannome dato alla riforma nel solco della tradizione ormai consolidata di affibbiare alle leggi elettorali di turno nomi latineggianti, dal famoso Porcellum di Calderoli al Mattarellum, passando per il Rosatellum.

Nella nuova legge i posti in cima alle liste, quelli praticamente sicuri, non devono più essere divisi tra uomini e donne: un emendamento ha eliminato il precedente equilibrio di genere 40-60% («anche se io avevo proposto di portarlo al 50-50, visto che le donne sono la metà della popolazione…» sottolinea Bonetti). Le donne possono andare dal secondo posto della lista in poi, dove però si entra in Parlamento solo se si prendono abbastanza preferenze. E molti piccoli partiti eleggeranno in ogni collegio soltanto il primo della lista e dunque non ci sarà proprio partita.

Certo, l’equilibrio 40-60% rimane invece nel “listone” riservato al premio di maggioranza, che scatta per la coalizione che arriva al 42%: dato che il premio assegna 70 deputati e 35 senatori, questo garantirebbe 28 donne alla Camera e 14 al Senato. Ma c’è il caso limite, ricorda Elena Bonetti: «Attenzione ai cavilli: la legge non obbliga a candidare le donne del listone come capolista. Puoi avere tutti i capilista uomini, e far correre le donne al secondo posto con le preferenze: questa legge non impedisce che gli unici posti bloccati possano essere di soli uomini. Se poi nessuna delle due coalizioni principali arriva al 42%, il premio non scatta e siamo a zero donne».

A questo punto «gli scenari che abbiamo messo in campo, con stime di 15/20% sono di fatto scenari ottimistici. È una bella trappola. Chi non ci crede vada a controllare: articolo 1, comma 10, lettera d».

Le buone intenzioni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto alle contestazioni assicurando che – tranquilli - il centrodestra le donne le candiderà. Elena Bonetti non contesta le intenzioni, contesta lo strumento. «Io immagino che la presidente sia consapevole che i suoi alleati le hanno fatto questa trappola. L'hanno costretta a mettere il suo nome, da prima donna Presidente del Consiglio, su una legge che prevede che possa essere anche l'ultima».

E ancora: «Nessuno mette in dubbio la sua intenzionalità, ma lei scrive una legge per la quale qualcuno che non ha buone intenzioni può far fuori tutte le donne dalle elezioni. Perché un principio costituzionale democratico di parità deve essere lasciato alla buona intenzione dei segretari di partito? E’ qualcosa di talmente avvilente e antistorico da non poter essere nemmeno considerato un argomento valido».

Secondo Bonetti, la parità oggi è diventata altro: «Si è fatto della presenza delle donne in Parlamento una merce di scambio per garantire le poltrone degli uomini. Questa è la verità delle cose». Tanto vale, a questo punto, dare un nome più ficcante alla legge che sarà: «Altro che Stabilicum. Sulla pelle delle donne stiamo assistendo a un tale mercato, e così machista, che la chiamerei Macellum».

Insomma, a 80 anni dal primo voto aperto alle donne, viene da chiedersi parafrasando il noto film: ma c’è ancora domani?

Il gap di genere e le preferenze

Anche sul tema delle preferenze, uno dei più caldi nella discussione in corso, Bonetti è netta: anche questo è un punto in cui il divario di genere storicamente accumulato si fa sentire. «Per correre in modo competitivo con le preferenze bisogna disporre di risorse economiche, visibilità personale, reti e potere. Sono esattamente i punti su cui abbiamo una disparità di genere enorme: uomini e donne non corrono alla pari, quindi non c'è nulla di meritocratico». Il dato più visibile e attuale è quello delle consigliere regionali, dove si vota con le preferenze: oggi solo il 25% sono donne. «Vogliamo dire ancora oggi che solo il 25% meritava quel posto e che gli uomini sono più bravi delle donne a fare politica?».

Il confronto con il recente passato è, per lei, il metro del passo indietro: «I due Parlamenti dell'era Rosatellum, con tutti i limiti, avendo introdotto l’equilibrio e l'alternanza di genere in listini molto corti hanno eletto il maggior numero di donne nella storia della Repubblica. La sfida oggi sarebbe dovuta essere come fare ad aumentare, non a diminuire o addirittura ad azzerare».

L'appello alle parlamentari del centrodestra

È qui che Bonetti si rivolge direttamente alle colleghe della maggioranza, a cui si era già appellata pubblicamente nei mesi scorsi. «Le battaglie per la parità di genere sono sempre state battaglie trasversali: la legge Golfo-Mosca sulle quote è entrata con un governo di destra. La destra italiana si è fatta carico anche di battaglie trasversali». Per questo «faccio un appello alla loro coscienza. Se le donne del centrodestra voteranno questa legge si renderanno complici. Siamo nelle mani di chi oggi, nella maggioranza, ha il potere di bloccare questo scempio, anzi questo Macellum».

Alla Camera, nel primo voto segreto a inizio estate, molti ipotizzano nei Palazzi che a far cadere la norma sulle preferenze libere presentate da Fratelli d’Italia siano state proprio le parlamentari di centrodestra. Bonetti ne è convinta: conosce, dice, «la coscienza profonda di tante donne della maggioranza». Da oggi la partita si riapre alla Camera, per quello che dovrebbe essere l’ultimo giro: è più che probabile che il governo ponga la fiducia sul Macellum, di fatto blindando il testo, anche ventilando la minaccia di dimissioni e voto anticipato. Ma il voto finale sarà comunque segreto, e per Bonetti la partita non è chiusa: «Certo una bocciatura di questa legge discriminatoria e incostituzionale sarebbe un messaggio politico forte che nessuno può pensare di calpestare le donne e farla franca».