Beatrice Fiorentino da bambina voleva diventare capitano di una nave e, in effetti, ci è riuscita. Cinquantaquattro anni, da sette è direttrice artistica della Settimana Internazionale della Critica (SIC), la sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani nell'ambito della Mostra del Cinema di Venezia. La vocazione della Settimana Internazionale della Critica è scoprire nuovi autori, intercettare linguaggi in trasformazione e offrire uno spazio di libertà creativa al cinema del presente e del futuro. Quest'anno, dal 2 al 12 settembre, presenterà in concorso sette opere prime e due eventi speciali in fuori concorso, oltre al progetto SIC@SIC per i nuovi autori di cortometraggi.
Ce le racconta così Beatrice Fiorentino: «Sono opere estremamente diverse tra loro per provenienza geografica, tipologia e linguaggio cinematografico. Accomunate dalla presenza di tensioni sotterranee. Sono le tensioni dell'oggi: la selezione ragiona profondamente sul proprio tempo e sul mondo in cui viviamo. Ciò che accomuna questi giovani registi è uno sguardo critico sul presente, unito a una straordinaria consapevolezza del valore civile, estetico ed etico del cinema. C'è in loro il desiderio profondo di mettersi in campo, agire, osservare e avanzare proposte in modo critico verso il passato ma proattivo verso il futuro, per immaginare un domani diverso. Questo mi colpisce molto perché dimostra che è in atto un vero e proprio cambio generazionale».
Cosa le piace di questi giovani registi?
«Hanno un modo unico di concepire il cambiamento e la rivoluzione, che non passa più attraverso un atto distruttivo. Sono rimasti a lungo in silenzio a guardare, osservare e cercare di capire e ora rivendicano giustamente uno spazio per se stessi. I loro film guardano al presente e affrontano l'eredità storica del passato, ma lo fanno senza alcuna nostalgia e senza piagnistei. Non sono mai lamentosi. Prendono semplicemente atto delle problematiche ereditate e guardano al futuro con fiducia, determinazione e con una propria proposta concreta. Trovo questo atteggiamento dei giovani in generale estremamente rassicurante e non potrei essere più felice, dal momento che ho un figlio di ventidue anni».
Quindi le opere selezionate parlano in particolare agli spettatori più giovani?
«Sì, anche perché, lavorando con le opere prime, ci proiettiamo inevitabilmente verso il domani. Si tratta di registi per la maggior parte molto giovani che devono costruire il loro percorso artistico pensando a quello che sarà il loro pubblico. Questo cambio di passo l'ho notato chiaramente anche frequentando la Sala Perla in questi anni: la tipologia del pubblico è cambiata, è piena di ragazzi, e in generale tutta Venezia sembra essersi ripopolata di giovani, il che è bellissimo. Per me rappresenta una scommessa continua».
Quali sono i temi più rappresentati nei tanti film che avete visto prima di arrivare alla selezione?
«C'è tanta riflessione sulla società in cui viviamo, con conseguente messa in discussione delle regole stabilite dalle generazioni precedenti. C'è poi una forte consapevolezza ecologica e ambientale, vissuta con una sensibilità diversa rispetto alla nostra. Ovviamente i budget molto limitati obbligano i registi a realizzare un cinema più intimo, "camera e cucina", ma riescono comunque a esprimere un immaginario che non si lascia confinare dal perimetro delle mura domestiche. E poi una tendenza mi ha colpito molto, presente specialmente nei film italiani di giovani registi trentenni che abbiamo ricevuto: una profonda riflessione sul maschile. È un cinema fortemente maschile, focalizzato sulla figura del "maschio in crisi", ma che tuttavia rimane iper-maschile e profondamente autoriferito, dove l'uomo è ancora costantemente al centro della scena. Questo mi è dispiaciuto un po'. Spero che questa "crisi" descritta dai registi stia a indicare un loro mettersi in discussione. Invece la sezione di cortometraggi SIC@SIC quest'anno è quasi esclusivamente femminile. Comunque mi viene da concludere che c'è un disperato bisogno di un cambio di sguardo nel cinema italiano, pur riconoscendo tutti i talenti in campo».
Come giornalista e critica cinematografica e poi per la posizione che occupa, ha mai avvertito delle difficoltà in più in quanto donna?
«Se guardo alla mia esperienza personale, devo ammettere che all'inizio sono arrivata con molta spavalderia, perché non avevo una percezione chiara degli ostacoli reali. Siamo abituate a ricevere messaggi secondo cui, se lavori bene e ti impegni, alla fine i risultati arrivano e ottieni ciò che meriti. La realtà l'ho capita davvero solo quando ho assunto questo incarico di direzione: lì ho compreso che noi donne giochiamo nello stesso campionato degli uomini ma con regole completamente diverse e con una zavorra incredibile sulle spalle. Nessuno ti ostacola in modo aperto o diretto, ma ogni singolo anno devi ricominciare da zero a dimostrare che non sei in quel posto per caso o per sbaglio, che meriti davvero il ruolo che occupi e che il successo avuto non è frutto solo di una combinazione fortuita. È una fatica mentale enorme e credo che nessun uomo provi mai questa costante sensazione di dover ripartire sempre da capo per legittimare la propria presenza. Noi donne ci portiamo dietro un costante senso di colpa per il fatto di occupare posizioni di rilievo. Noto, inoltre, che ci viene richiesto un continuo understatement. L'uomo sta nei posti di comando e di potere per statuto, non deve giustificarsi e può mostrarsi sicuro di sé; se invece noi donne non manteniamo un profilo basso veniamo subito etichettate come quelle che si sono montate la testa».
È così solo in Italia?
«No. Viaggiando all'estero per i festival internazionali ho notato una dinamica quasi comica: tantissimi uomini fanno una fatica pazzesca a verbalizzare la parola "direttrice". Mi presentano nei modi più insoliti pur di evitare il termine: "la responsabile della Settimana Critica", oppure semplicemente "Beatrice della Settimana", omettendo persino il cognome. Sembra di vedere Fonzie di Happy Days quando doveva chiedere scusa e la parola gli si strozzava in gola: proprio non ci riusciva. Cercano continuamente delle perifrasi per non dover pronunciare quel titolo professionale. Al contrario, nella stessa stanza ti presentano il direttore di un festival piccolissimo e sconosciuto, ed egli si presenta subito dicendo: "Piacere, sono il Direttore". È un atteggiamento di autoaffermazione che a noi donne non appartiene affatto. Io non considero il mio ruolo come un potere, lo considero esclusivamente come una responsabilità».
Almeno tra donne qualcosa sta cambiando?
«Devo ammettere che, fino a qualche tempo fa, nell'ambiente c'era una forte competizione femminile. Il valore profondo della sorellanza l'ho scoperto solo tardi, in anni recenti, grazie al dibattito culturale che si è sollevato e con il confronto con le colleghe più giovani, che mi hanno aiutato a comprendere molte cose. Trovo bellissimo vedere che le donne hanno un modo di impostare il lavoro meno antagonista. Nel cinema di oggi, specialmente in un momento di crisi globale, c'è un bisogno vitale di fare sistema e di costruire una comunità solidale, anziché fare a gara a chi ha il film più forte. L'approccio femminile mostra molta più attenzione alla creazione di un ecosistema sicuro per il bene del cinema stesso. A Venezia, fortunatamente, non avverto pressioni o rivalità, ma sento una grande volontà comune di collaborare per rendere la mostra forte».
Per lei è importante anche il dibattito sull'uso al femminile di alcune parole legate a mestieri e cariche?
«La mia non è tanto una riflessione di desinenza linguistica, quanto di riconoscimento del ruolo professionale e della posizione occupata. Penso che i nomi e le parole siano importanti, ma ritengo che la rivoluzione debba essere fatta prima di tutto nei contenuti e nella sostanza e poi nella forma. Non vorrei che la battaglia sul linguaggio diventasse un paravento comodo per evitare di affrontare le questioni concrete, come per esempio i diritti fondamentali e la parità salariale, che è un tema gigantesco non solo di genere, ma anche generazionale».
A proposito di soldi: in questo momento storico, chiederne per il cinema non sembra blasfemo?
«Ricordo l'intervento di Matilda De Angelis ai David di Donatello, quando disse che il cinema sfila sul red carpet e riceve premi importanti, ma molti lavoratori del cinema poi non sanno come pagare il mutuo o le bollette. È una realtà sacrosanta. È evidente che il cinema non salva vite umane in senso medico, è comprensibile che sia il primo settore a risentire di eventuali tagli di budget. Ma la questione non è puramente economica: si tratta di importanza e dignità, di riconoscere nella cultura le fondamenta di una società etica, civile, consapevole e attiva. La cultura umanistica, il cinema, la scuola e l'università non salvano vite sul momento, ma costruiscono vite migliori per il futuro».
Primi film visti al cinema?
«Su questo ho qualche dubbio. Potrebbe essere Fantasia. Ma ricordo bene di quando mia madre mi portò a vedere Il dottor Živago in un cinema di Siena. Lei è spagnola: aveva conosciuto mio padre, molto più grande di lei: era del 1913, aveva fatto la guerra, era vedovo. Si sono conosciuti e innamorati a Siena, lei è venuta a vivere in Italia ma provava grande nostalgia per il suo Paese. Quando seppe che Il dottor Živago era stato girato in parte a Madrid, mi portò a vederlo. Ma ero piccola: il film mi sembrava lunghissimo, ho passato tutto il tempo a giocare con le sedie del cinema e implorare mia madre di andare via. Lo ricordo ancora come una faticosa prova di resistenza fisica. Invece i film in tv che guardavo con papà mi piacevano: tutti quelli con John Wayne, Il ponte sul fiume Kwai... Ma l'opera che mi ha fatto innamorare definitivamente della settima arte è stata Johnny Guitar di Nicholas Ray: mi folgorò perché mostrava la figura di una donna straordinariamente forte, capace di imporsi in un sistema sociale maschile e puritano. È rimasto per me un punto di riferimento non solo artistico, ma anche culturale, etico e politico, un modello a cui tendere per tutta la vita. Questa cosa me ne fa ricordare un'altra, che riguarda ancora una volta mio padre, che ho perso tanti anni fa».
Prego, racconti.
«D'estate andavamo spesso in Spagna e facevamo un viaggio incredibilmente lungo: andavamo a Genova e da lì prendevamo una nave diretta a Barcellona. Sulla nave mi divertivo a osservare le manovre dell'equipaggio, l'ancora che saliva e il rumore dei motori che si scaldavano. Un giorno, mentre eravamo sul ponte, guardai mio padre molto seriamente e gli dissi: "Senti babbo, io da grande voglio fare il capitano della nave". Mi rispose con assoluta naturalezza: "Ah sì, certo! Allora andiamo subito a vedere cosa fanno e a chiedere al comandante se ci fa visitare la cabina di pilotaggio". Questo ricordo mi è rimasto impresso nell'anima. È fondamentale che questo tipo di incoraggiamento libero avvenga all'interno di ogni casa. Io sono cresciuta senza mai interiorizzare l'idea che ci fossero dei limiti o dei traguardi che mi erano preclusi semplicemente perché ero una donna. Ho compreso l'esistenza reale degli ostacoli di genere solo quando ci sono andata a sbattere di persona da adulta, nel mondo del lavoro. Nella mia giovinezza ho dato per scontate molte conquiste sociali che solo due generazioni prima erano impensabili. Mia nonna paterna, secondogenita, non aveva potuto studiare in quanto femmina. Il primogenito, di un anno più grande, in quanto maschio invece sì. Poi all'università, a Discipline dello Spettacolo di Trieste, ho avuto la fortuna di avere un maestro generoso come Alberto Farassino, che portava noi studenti a Rimini Cinema, il festival che dirigeva. Non ho mai sentito alcun peso nell'essere donna, non percepivo barriere. Solo in seguito, assumendo ruoli di direzione, ho capito che l'intero sistema è strutturato a misura d'uomo e che per emergere devi adeguarti a ritmi spietati. Ho dovuto sacrificare tantissimo della mia vita privata».
Avendo anche un figlio è stato complicato?
«Moltissimo, ed è una cosa che dico con un certo peso nel cuore: sono onesta, ho potuto fare tutto questo solo ed esclusivamente perché ero divorziata. Se avessi avuto un compagno stabile in casa, con le relative richieste affettive e di gestione familiare quotidiana, non ce l'avrei mai fatta. Ho sacrificato gran parte della mia sfera personale. Con mio figlio ho un rapporto meraviglioso e profondo, è la persona che amo di più al mondo, ma sento comunque il peso di tutto il tempo che gli ho inevitabilmente sottratto per la carriera. Però lo osservo: è diventato autonomo molto presto, ha una fidanzata con cui convive.Parlano e si relazionano in un modo totalmente nuovo, con una consapevolezza paritaria dei ruoli maschili e femminili. Lui fa parte di una generazione che è felicemente meno ottusamente binaria nei ruoli sociali e nell'identità».
I film si potranno fare con l'intelligenza artificiale? È una prospettiva che la spaventa?
«L'intelligenza artificiale è solo uno strumento tecnologico e di per sé non mi spaventa affatto. Ciò che mi terrorizza è l'uso distorto che l'intelligenza umana può fare di questo mezzo. Alla Settimana della Critica siamo stati pionieri in questo senso, ospitando tra i primi dei lavori realizzati con l'IA. Per esempio il corto The Eggregore's Theory di Andrea Gatopoulos dove l'intelligenza artificiale era usata come mero strumento, come un pittore che sceglie una tecnica mista o l'acquerello. Questo uso creativo e libero è entusiasmante per noi critici che studiamo l'evoluzione dell'immagine. Non ho paura dell'immagine nuova, mi interessa analizzarla. La parte che mi fa raggelare è invece l'uso manipolatorio dell'IA, come la creazione di video falsi per fini di propaganda politica. Questo fenomeno genera una crisi profonda del concetto ontologico dell'immagine come testimonianza di verità, e mi getta nel panico».
Saremo sempre in grado di distinguere un'immagine vera da una falsa?
«Riuscire a distinguere il vero dal falso sarà la sfida cruciale dei prossimi anni. Ora notiamo che persino immagini video reali, di cui conosco la veridicità, hanno assunto un'estetica visiva che sembra generata dall'intelligenza artificiale. Siamo giunti al paradosso per cui non è più l'immagine finta che cerca di apparire reale, ma è l'immagine reale che sembra finta».
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