Farmaci, AstraZeneca scommette sulla ricerca clinica made in Italy
L'azienda investe 66 milioni, con il cofinanziamento di Mimit e Fondazione Tech e Biomedical:coinvolti 200 centri e strutture sanitarie per sperimentare le nuove terapie con un impatto di 180 milioni
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Nella agguerritissima corsa mondiale alla scoperta dei nuovi farmaci che vede l'Europa perdere ogni giorno posizioni verso gli Usa e la Cina che avanza a passi da gigante, l'Italia conquista 66 milioni di preziosi investimenti per la ricerca clinica di cui beneficeranno 200 tra centri di ricerca e strutture sanitarie. Ossigeno per i nostri cervelli per sperimentare nuove terapie per i pazienti italiani che arriva da un maxi piano in tre anni voluto da AstraZeneca e che potrà sfruttare il cofinanziamento di 20 milioni di euro del Fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale e biomedico del ministero delle Imprese e del Made in Italy, erogato tramite la Fondazione Tech e Biomedical. Un programma che sarà annunciato oggi al Mimit dallo stesso ministro Adolfo Urso e dai vertici del colosso d'Oltremanica e che nasce dall'aggiudicazione dell'avviso pubblico per la selezione di progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale nel settore biomedico, promosso dalla Fondazione Tech e Biomedical. L'iniezione di 66,2 milioni di risorse fresche per la nostra ricerca clinica made in Italy dovrebbe a sua volta generare un impatto economico complessivo di circa 180 milioni e determinare potenziali costi minori per il Servizio sanitario nazionale - si pensi solo all'accesso alle terapie innovative per i pazienti che parteciperanno ai trial clinici - stimati in circa 225 milioni di euro.
“Questa partnership rappresenta un esempio positivo di ciò che è possibile realizzare quando istituzioni, comunità scientifica e industria collaborano in modo sinergico. L'accordo amplierà le opportunità di accesso ai farmaci innovativi per i pazienti e contribuirà a rafforzare le competenze e le capacità dell'Italia nel settore delle scienze della vita”, spiega Ruud Dobber, Executive Vice President and President, BioPharmaceuticals Business Unit di AstraZeneca. Che sottolinea come “l'Europa sta progressivamente perdendo terreno in termini di investimenti farmaceutici, ricerca clinica e accesso all'innovazione”, ma per Dobber si tratta di “una tendenza che può essere invertita. Affiancando a iniziative di investimento come questa un finanziamento sostenibile in innovazione, percorsi di accesso più rapidi e un contesto più prevedibile, l'Italia può contribuire nel rilancio delle scienze della vita in Europa”.
Più nel dettaglio AstraZeneca e Alexion - la divisione del gruppo che si occupa dello sviluppo di farmaci innovativi per le malattie rare - avvieranno nel corso del triennio 71 nuovi studi clinici registrativi, di cui 52 su molecole AstraZeneca e 19 su molecole Alexion, con un investimento complessivo di 48 milioni di euro. Altri 12 milioni di euro saranno destinati alla realizzazione di 24 nuovi studi osservazionali e di Real World Evidence (in pratica la raccolta dati sull'efficacia delle cure nella pratica clinica) , 5 milioni di euro saranno investiti in progetti di ricerca indipendente, preclinica e clinica e 1,2 milini in soluzioni di digital health. Gli studi offriranno a pazienti eleggibili l'opportunità di partecipare a programmi di sviluppo di nuove terapie e contribuiranno a rafforzare il ruolo dei centri italiani - dagli Irccs agli ospedali - nelle reti internazionali di ricerca clinica.
L'investimento di AstraZeneca arriva in una fase di profonda trasformazione della ricerca biofarmaceutica globale. Negli ultimi trent'anni, la quota europea è diminuita e nel 2024 è avvenuto lo storico sorpasso della Cina sia sull'Europa che sugli Usa nel lancio di nuovi farmaci (solo nel 2020 il Vecchio Continente era primo). Proprio nei giorni scorsi AstraZeneca, insieme ad altre 8 colossi del Pharma, hanno firmato una lettera ai governi e ai leader europei per dare una sveglia e provare a invertire la marcia sul declino nella ricerca farmaceutica, ricordando come l'Europa nel 1990 rappresentava il 43% degli studi mentre oggi è crollata al 31%, una quota che continua a diminuire. Senza dimenticarsi dell'effetto del meccanismo “Most favored Nation” sui prezzi voluto dal presidente Usa Trump che avrebbe ridotto del 40% l'arrivo in Europa dei nuovi medicinali. In questo scenario la ricerca clinica italiana, da quando sono scattate oltre quattro anni fa le regole Ue che hanno ridisegnato le sperimentazioni, ha perso terreno nell'attrazione degli investimenti anche in Europa con il sorpasso della Spagna che ci ha relegato al quarto posto (dopo Germania e Francia). Ecco perché questo investimento ora è un primo segnale importante in controtendenza che ci ricorda come l'Italia disponga di importanti punti di forza - da una rete diffusa di ospedali e centri di ricerca, alle competenze scientifiche d'eccellenza fino alla possibilità di partnership pubblico-private - su cui ora deve scommettere con forza.







