ERCOLANO - ALTRI SEGRETI SVELATI
(Herculaneum - other mysteries unearthed)
Testi: Lucio Morettini e Rosalba Ciranni
consulente scientifico per la vulcanologia: Aldo Marturano
consulenti scientifici per la paleopatologia: Gino Fornaciari, Marielva Torino, Rosalba Ciranni.
Produzione: CNR, Bologna, 2000.
Una leggenda, tramandataci da Dionisio di Alicarnasso, narra che Ercole, di ritorno dall'Iberia si fermò in un luogo ameno dell'attuale baia di Napoli, ove fondò una città, Ercolano - in realtà fondata da una popolazione osca - città che non ebbe mai l'importanza della vicina Neapolis e neppure di Pompei, più favorita negli scambi commerciali con l'entroterra per la vicinanza del fiume Sarno. Prove ne sono le strade prive dei solchi scavati dai carri, così frequenti invece nelle strade di Pompei, dove evidentemente vi era un intenso traffico di veicoli. Gli abitanti di Ercolano erano certamente dediti alla pesca, ma in città veniva svolto il piccolo commercio oltre a qualche modesta attività speculativa, come locazioni e piccoli prestiti. La posizione geografica e il clima mite fecero di Ercolano un luogo di villeggiatura, soprattutto per i ceti più ricchi ed aristocratici della vicina Neapolis. Sorsero così splendide dimore, ricche di decorazioni marmoree, statue ed affreschi. La villa dei cervi è un esempio del gusto estetico di allora. Straordinari mosaici decoravano un po' ovunque le costruzioni della città. Vi erano ovviamente anche le abitazioni popolari, alcune sviluppate in altezza, in più piani. Anche Ercolano aveva le sue bellissime terme, luogo d'incontro in città importante per la vita sociale.
Successivamente venne costruito un nuovo complesso termale vicino al mare, ancora più piacevole: le terme suburbane. Nei primi giorni di agosto del '79 dopo Cristo vi furono alcuni casi di terremoto e, all'alba del 24, il Vesuvio esplose in una delle sue più terribili eruzioni, per un intero giorno, distruggendo Ercolano, insieme con Pompei e con tutti gli altri insediamenti lungo le pendici del vulcano. Testimone oculare, Plinio il Giovane ci ha tramandato in un racconto minuzioso la drammatica descrizione della fine di Ercolano in due lettere a Tacito, in cui racconta anche la morte dello zio, il grande naturalista, avvenuta lì durante il cataclisma. Quella notte il terremoto fu così violento che tutto pareva non già muoversi, ma ballare. Uscirono dalle case per paura dei crolli e arrivati all'aperto, tutti assistettero a fenomeni strani: i veicoli avanzavano ora in un senso ora in un altro, benché il luogo fosse del tutto piano; le pietre non rimanevano al loro posto; il mare sembrava riassorbito in se stesso, quasi cacciato indietro, quasi lasciato indietro dal terremoto. La spiaggia era avanzata e molti animali marini, rimasti in secco, vi giacevano morti. Dall'altro lato si vedeva una spaventosa nuvola nera, con guizzi di fuoco. Una densa caligine li seguiva, dilagando sul terreno. Ercolano, dopo la sua distruzione rimase quasi dimenticata e sulle sue rovine nel medioevo sorse la città di Resina, oggi nuovamente Ercolano. Solo nella prima metà del settecento, soprattutto per interessamento di Carlo di Borbone e poi dei suoi successori, presero inizio gli scavi, che proseguirono saltuariamente durante tutto l'ottocento. Ma fu solo nel 1927 che l'archeologo Amedeo Maiuri diede inizio ad una campagna regolare di scavi, riportando alla luce gran parte della città. Si ebbe così un'idea impressionante del terribile evento. Un esempio: anche le eleganti terme suburbane erano state invase dalla massa fluida che investì la città. Delle terme si è arrivati così a liberare il tepidarium, ma solo fino ad una stanza a volta, rimasta completamente riempita da una massa solidificata e questo offre una idea della quantità di materia che si era insinuata sin lì. Più in basso, sulla spiaggia, importanti scavi, iniziati nel 1982 sul fronte a mare della città, hanno riportato alla luce l'area posta inferiormente al piano delle case. L'antica spiaggia era arretrata di 300 metri rispetto all'attuale. Vi si trovano 12 camere a volta, tutte uguali - i fornici - che molto probabilmente avevano una funzione di sostegno delle costruzioni sovrastanti e che erano utilizzate dagli ercolanesi, quasi certamente, come rimessaggio per le barche.
Il fatto che le ricerche archeologiche precedenti non avevano messo in luce altro che una decina di resti umani fece presumere che gran parte della popolazione - circa 4500 persone - si fosse messa in salvo fuggendo, avendo intuito la gravità dell'evento. Nella zona della spiaggia i recenti scavi hanno fatto scoprire anche 270 scheletri umani, in gran parte all'interno dei fornici. Il resto, circa una decina di individui, era sparso sull'arenile, ove è riapparso anche lo scheletro di un cavallo. Si tratta di una scoperta scientificamente importante, perché ci si trova davanti ad un campione di popolazione di epoca romana inaspettatamente numeroso. Nei pressi delle terme suburbane sono venuti alla luce anche i resti di una grande barca. Una muraglia alta 23 metri, costituita di materiale vulcanico che si depositò nella zona, è frutto degli scavi che hanno fatto riaffiorare i fornici. Il Vesuvio, nella eruzione del '79 D.C., iniziò l'attività con l'apertura esplosiva del cratere e l'emissione di cenere bianca. Passò poi alla fase cosiddetta pliniana, durante la quale il vulcano iniziò ad emettere una colonna molto densa di materiale: ogni volta che il magma non riusciva a sostenere la colonna, questa collassava e una quantità enorme di materiale sospeso cominciava a scendere lungo i fianchi del monte. Si trattava di materia molto fluida che lungo la discesa si separava in due strati, uno - chiamato flow - molto lento perché in contatto col terreno che lo rallentava, che si raffreddava molto lentamente, e una parte, più leggera e più rapida perché scorreva al di sopra - chiamata surge - più liquida, scendeva assai veloce incuneandosi in ogni spazio. Studi stratigrafici permettono di comprendere cosa accadde e di descrivere la successione degli eventi. In particolare è molto interessante comprendere cosa accadde nell'arenile e nei fornici, cioè in quella zona in cui si sono trovati i 270 scheletri. E' stata studiata la stratigrafia dei depositi vulcanici situati all'interno di un fornice e di una parte della spiaggia antistante. Si è trovato che il primo surge dopo aver invaso tutta la città, ricoprì la spiaggia, estendendosi anche nei fornici. Questo strato mostra che era carico di frammenti di rocce, laterizi, tegole e pezzi di intonaco, raccolti mentre la massa attraversava la città. Anche gli scheletri delle vittime vennero inglobati. Furono le ceneri che determinarono in brevissimo tempo la morte dei fuggitivi. Il secondo strato concerne il flow, che era più lento, più caldo e in maggior quantità: a circa 400 gradi era capace di carbonizzare i corpi e il materiale organico. Aveva più capacità di trasporto e per questo vi sono inglobati pezzi di colonne, di mura, di pareti. Seguono poi altre serie di surge di flow. I fornici avevano ospitato un numero di persone variabile da 15 a 40, che si erano raccolte in gran parte verso il fondo, illudendosi di proteggersi meglio. Gli scheletri sono stati rimossi quasi tutti, meno che in alcuni fornici, dove è stato possibile rilevare che gli scheletri non rimossi sono ancora nella posizione originaria, con le parti ossee ancora in connessione, in evidente posizione composta: alcuni erano ancora abbracciati. Le ossa non presentavano fratture e traumi, e questo prova che il primo surge era costituito da materiale fino, leggero e non tanto caldo da bruciare i corpi. Oggetti di rara bellezza furono trovati solo accanto ad una decina di corpi e questo fa pensare che la maggior parte dei morti appartenesse ai ceti più poveri della città. Il ritrovamento di un intero corredo di strumenti chirurgici e del loro astuccio ha suggerito che tra le vittime potesse esservi anche un medico. Il ritrovamento di un numero così ingente di resti umani rappresentò e rappresenta tuttora un evento eccezionale. Si è pensato di indagare le malattie di cui soffrivano gli ercolanesi dell'epoca.
Le indagini paleopatologiche hanno riguardato soprattutto le malattie dentarie, sia perché si è dovuto operare senza rimuovere i corpi, sia perché i denti rappresentavano l'unico elemento quantificabile. Le osservazioni furono eseguite sugli scheletri di 54 individui appartenenti a 41 adulti e a 13 bambini, ben visibili, ben conservati, in condizioni scheletriche: ciò ha consentito la sicura attribuzione di mascella e mandibola allo stesso individuo. Già ad un primo esame è apparso che l'apparato dentale era in ottimo stato. Lo studio di 1.257 denti ha rivelato che solo il 3,8% soffriva di carie, rispetto ad un valore medio di 9,9%. I romani mangiavano molto zucchero, molto miele e frutta secca, sostanze cariogene. E' stata rivelata la presenza di macchie bianche nello smalto ed anche di linee di irregolarità, la cosiddetta ipoplasia dello smalto. Questi segni sono noti in odontoiatria come normalmente causati da episodi di alimentazione carente o da malattia. Si sa che l'alimentazione, anche nei ceti meno abbienti, era soddisfacente. Cibi carioceni e bassa percentuale di carie, buona alimentazione e iplopasia dello smalto sono situazioni contraddittorie. E' noto che l'assunzione di fluoro tramite l'acqua in età evolutiva protegge i denti dall'attacco della carie, ma un suo eccesso provoca macchie e linee nello smalto, che rientrano nel quadro clinico dell'intossicazione da fluoro, la fluorosi. Lo stato osservato poteva essere imputato all'acqua di cui facevano uso gli antichi ercolanesi. Si sono studiate numerose sezioni di denti e si è trovata la presenza di fluorosi. Le analisi chimiche effettuate con microsonde accoppiate al microscopio elettronico hanno confermato un contenuto molto alto di fluoro nello smalto. Del resto gli abitanti attuali della città presentano caratteristiche analoghe, perché l'acqua dell'area circumvesuviana a oriente di Napoli è ancora molto ricca di fluoro. Abbiamo così potuto vedere come l'intervento di differenti discipline può svelare molti segreti.