Urlare è di destra o di sinistra? Cambiare partito senza cambiare faccia è di destra o di sinistra? Promettere meno tasse a tutti, più servizi a tutti, più sicurezza a tutti, senza dire chi paga, cos’è? Trasformare ogni avversario in un nemico, ogni studio televisivo in un ring, ogni comizio in un rosario di insulti: destra o sinistra? E non andare più a votare perché tanto, si dice, sono tutti uguali, da che parte sta? Giorgio Gaber ci aveva avvertiti con il sorriso amaro di chi sa che una risata può essere più seria di un editoriale. Nella sua celebre canzone, destra e sinistra si scambiavano oggetti, abitudini, parole, perfino posture. Era un gioco intelligente sulle etichette e sui luoghi comuni. Oggi quel gioco fa meno ridere. Perché non si confondono più soltanto nei gusti: rischiano di somigliarsi nel vuoto. Stessa ossessione per il consenso dell’ultima ora. Stessa politica inginocchiata davanti ai sondaggi. Stessa velocità nel cancellare oggi ciò che si giurava ieri. Stesso bisogno di apparire, indignarsi, occupare uno schermo. Si litiga su tutto e si decide su poco. Si alza la voce per nascondere la povertà delle idee. E così il Parlamento diventa un teatro, i partiti comitati elettorali permanenti, i cittadini pubblico da convocare per l’applauso e congedare subito dopo il voto. Ma attenzione: dire che destra e sinistra non esistono più è una comoda bugia. Serve soprattutto a chi desidera una società senza memoria e senza alternative. Destra e sinistra esistono ancora, eccome. Ma non nei colori delle cravatte, nei salotti frequentati, nelle ricette preferite o nelle battute da talk show. Esistono là dove una scelta costa. Sono nella distanza tra chi considera la sanità un diritto e chi la lascia diventare un privilegio. Tra chi vede nella scuola il primo investimento di un Paese e chi la tratta come una spesa da contenere. Tra chi misura la sicurezza dal numero delle manette e chi anche dal numero delle opportunità. Tra chi, davanti a un migrante, vede anzitutto una minaccia e chi continua ostinatamente a vedere una persona. Tra chi pensa che la povertà sia una colpa e chi sa che è spesso il prodotto di decisioni prese molto lontano dai poveri. Destra e sinistra esistono nel lavoro pagato o sfruttato, nelle carceri che rieducano o umiliano, nei quartieri curati o abbandonati, nelle tasse chieste ai molti o eluse dai forti. Esistono quando si decide se la pace sia soltanto l’intervallo necessario per ricaricare le armi o il compito più difficile della politica. Esistono nel modo in cui si distribuiscono il potere, il sapere, il pane e perfino la speranza. Eppure proprio su queste frontiere la politica diventa improvvisamente prudente, sfocata, balbettante. Coraggiosissima sui pronomi, cautissima sui patrimoni. Inflessibile nei proclami, docile davanti agli interessi. Patriottica nelle cerimonie, distratta quando i giovani lasciano il Paese, le famiglie rinunciano a curarsi e il Mezzogiorno continua a essere raccontato come una promessa che non arriva mai. Napoli conosce bene questa distanza. Qui la politica viene annunciata dall’alto e misurata dal basso: nel tempo necessario per una visita medica, nell’attesa di un autobus, nella scuola che resiste, nel ragazzo che parte, nella madre che non sa a chi lasciare un figlio disabile. Da queste parti un diritto scritto sulla carta deve superare molti esami prima di diventare vita. È allora che le etichette non bastano più. Una scelta o cambia la giornata concreta di qualcuno, oppure è soltanto scenografia. La crisi non nasce, dunque, dal fatto che destra e sinistra siano differenti. Nasce dal fatto che troppo spesso hanno paura di esserlo sul serio. Preferiscono l’identità urlata alla responsabilità assunta. Si riconoscono da ciò contro cui gridano, raramente da ciò che sono disposte a costruire. E quando mancano le visioni, restano i bersagli: il povero, lo straniero, l’avversario, l’Europa, il governo precedente, quello successivo. Qualcuno cui consegnare la colpa perché nessuno debba assumersi il peso di una risposta. Forse dovremmo aggiornare la domanda di Gaber. Non più soltanto: che cos’è la destra, che cos’è la sinistra? Ma che cosa siete disposti a perdere per le idee che dite di avere? Quale privilegio toccherete? Quale ingiustizia non accetterete? Quale parola pronuncerete anche se farà diminuire i voti? Su quale soglia saprete fermarvi e dire: oltre questo punto non si passa, perché qui comincia la dignità dell’uomo? La destra è un’altra cosa. La sinistra è un’altra cosa. Soprattutto, la politica è un’altra cosa. Non è l’arte di occupare il presente, ma il coraggio di liberare il futuro. Non è dire alla gente ciò che vuole ascoltare, ma renderla partecipe di ciò che deve sapere. Non è scegliere un nemico ogni mattina, ma una direzione che duri più di una sera. Altrimenti continueremo a dividerci in due curve, convinti di assistere a una partita, senza accorgerci che il campo è vuoto e il risultato è già deciso. Perché quando destra e sinistra smettono di scegliere, a scegliere per tutti resta il potere.

