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L’analisi

Le spine dietro Coppa America

Le spine dietro Coppa America
(afp)
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Sulle colonne di questo giornale Aurelio Musi ha ben analizzato l’incapacità trentennale della destra napoletana di vincere o quantomeno di contendere al centrosinistra, in tutte le sue varie articolazioni, l’amministrazione di Napoli. Un caso unico tra le grandi città italiane, nelle quali destra e sinistra, nel corso della Seconda Repubblica, hanno amministrato alternandosi.

Diverse sono le cause, ma, in linea generale e senza dolersene troppo, l’incapacità di quella parte politica di accedere al governo cittadino si riduce a due ragioni. La prima: gli evidenti limiti di radicamento del personale della destra. Si ricorderà che, dopo il terremoto di Tangentopoli, il centrosinistra propose un dirigente politico di lunga esperienza come Antonio Bassolino. Dall’altra parte c’era la nipote del Duce. Il primo sindaco eletto direttamente seppe costruire una giunta di alto livello e un programma che diede una scossa a una città senza più riferimenti dopo i durissimi anni Ottanta. Quel percorso coinvolse gli snodi di potere cittadino come i quartieri popolari, e seppe costruire un’idea di Napoli attraverso passaggi simbolici di grande efficacia.

Esercitò, cioè, una funzione egemonica che durò più di un decennio, ma di cui, se si guarda bene, ancora adesso nel bene e nel male si scorgono tracce. La seconda ragione è che le amministrazioni cittadine di centrosinistra, fatta eccezione per l’esperienza di Luigi De Magistris, hanno saputo legare Napoli a un discorso non municipalistico ma nazionale. E a ragione: Napoli quando è rimasta isolata non ha vissuto i suoi giorni migliori.

Questa premessa per dire cosa? Per dire che il problema della mancanza di alternanza nell’amministrazione cittadina pone anche la questione della funzione politica delle forze di progresso nella Napoli di oggi. Può sembrare un paradosso, perché, in diverse combinazioni, la sinistra ha governato la città dal ’93 in poi. Esiste uno zoccolo duro di elettorato che da trent’anni conferma il consenso a proposte diverse ma riferibili allo stesso campo. Anche quando la città si è spostata su De Magistris, che fu un effetto di quella che veniva percepita come l’urgenza di porre fine a un ciclo politico più che decennale che ebbe per epilogo la crisi dei rifiuti, parte della sinistra cittadina entrò comunque con lui a San Giacomo.

Dopo il decennio arancione sono arrivati gli anni del campo largo. Una formula evocata ancora oggi come “laboratorio” per essere stata, quella di Napoli, un’esperienza pilota dell’alleanza. Il campo largo napoletano ha ricomposto – certo ridimensionato dall’astensionismo – lo storico blocco elettorale del centro-sinistra. Manfredi ha consolidato il quadro politico e riallineato Napoli alle dinamiche nazionali. Però, nonostante la debolezza della destra, la riconferma di un’amministrazione progressista non può essere considerato un dato acquisito per sempre. Perché manca ancora una proposta capace di parlare a tutti gli strati urbani, di fare da argine alla logica estrattiva della rendita che minaccia di mangiarsi la coesione sociale e l’identità dei napoletani. Serve ricostruire un rapporto con la città. Non solo l’amministrazione ma anche le forze politiche dovrebbero assumere un ruolo di elaborazione oltre che ricostruire una dialettica politica con gli attori cittadini dandosi l’obiettivo di una ricomposizione equilibrata degli interessi particolari in un quadro più generale.

Prendiamo le uscite del neopresidente di Confindustria di Napoli. Appena eletto, attacca l’amministrazione. Poi modera i toni, ma chiede che la categoria che presiede sia coinvolta nelle decisioni e assicura di avere progetti di cui chiede riscontro. Il sindaco - giustamente, dato il ruolo - assicura il dialogo. Ora, è tutto legittimo. Ma andrebbe ricordato che gli interessi di una parte non necessariamente si sovrappongono all’interesse della città. In questo episodio viene squadernata la crisi del rapporto tra interessi e rappresentanza politica. Ma se il meccanismo della rappresentanza salta, si scava un fossato sempre più profondo tra società e istituzioni. Per cui, se dare a Napoli un respiro internazionale è un ottimo proposito, non lo si può intendere solo come un richiamo per i fondi e puntare a risolvere così le contraddizioni della città.

Dietro la vetrina dell’America’s Cup, Napoli rimane una realtà problematica in termini di accessibilità al lavoro, al welfare, alla casa. È qui che i partiti dovrebbero concentrare la loro azione: per questo servirebbe una loro autoriforma. Anche perché Napoli e la Campania, che hanno combattuto contro l’autonomia differenziata, battaglia da continuare, dovrebbero dare un contributo programmatico alla coalizione nazionale con una rinnovata capacità di proposta da e sul Mezzogiorno. Le prossime partite politiche saranno a un livello diverso dal passato. Non basterà una formula per vincere, bisognerà convincere. E se non si riuscirà a convincere, tutte le partite potranno riaprirsi. Perfino quella di Napoli.

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