La città è una costruzione esclusivamente umana: non c’era prima dell’umanità e ha cominciato a nascere e crescere da quando i nostri antenati sono evoluti da raccoglitori e cacciatori ad agricoltori e allevatori. Da allora ha accolto un crescente numero di abitanti che si sono inurbati dalle tradizionali residenze rurali. Sempre più numerosi. Tanto che dall’inizio di questo millennio, invertendo la multimillenaria tendenza, oltre la metà della popolazione terrestre vive in città con la reale possibilità di diventare il 75% entro fine secolo.
In tutto questo la natura non entra. Non entra come partecipante attivo nella costruzione, ma ha fornito gli spazi che l’umanità sottraendogliele ha progressivamente acquisito, diboscando e togliendoli all’agricoltura, per costruire case, infrastrutture e servizi per i cittadini. Naturalmente costruire significa cementificare e anche per questo motivo le città sono, pressoché dovunque, anche fabbriche di inquinamento. E sono le maggiori responsabili delle emissioni in atmosfera dei gas serra che sono alla base del mutamento climatico. Negazionisti e non, così stanno le cose. E allora? Come intervenire per rallentare il mutamento climatico e contenere l’incremento delle temperature il più possibile entro i 2 gradi centigradi?
La risposta ricorrente tra quanti (purtroppo nemmeno tanto numerosi) affrontano il problema, è puntare su città verdi e sempre più alberate (Firenze si candida a cercare “una risposta comune delle città europee alla sfida climatica”). Insomma poiché gli esseri umani hanno ridotto sino ad annullarlo il compito della natura di assorbire anidride carbonica e di restituire all’ambiente l’ossigeno prodotto dagli alberi che prima coprivano gli spazi ora urbanizzati, restituiamole questo ruolo piantando alberi a più non posso. Possibilmente mettendo pure meno fiori e più alberi anche nei cannoni che su tutta la Terra continuano a sparare bombe le quali oltre che morte e distruzione causano anche inquinamento. In Italia il teorico dell’arboricoltura diffusa è Stefano Mancuso al quale va riconosciuta anche la costanza con cui ripetutamente insiste sulla necessità di “più alberi meno auto per salvare le città”. Obiettivo da realizzare con la rimozione della “superficie destinata al traffico del 15% in favore delle aree verdi”. Sarebbe bello e certamente ci offrirebbe estati più fresche di quella appena trascorsa o, comunque, estati nelle quali sarebbe più possibile trovare ripari all’ombra degli alberi. Solo che non vedo tanto semplice portare avanti opere di decostruzione per piantumare e, comunque, i tempi sono necessariamente non brevi perché le specie piantumate attecchiscano e crescano. Ma se non si comincia… E come la mettiamo con una città come Napoli? Realisticamente direi che oltre che restituire allo spazio gli alberi che per vari motivi gli sono stati tolti soprattutto a Posillipo e dintorni, dubito che si possa fare molto di più: ridurre la circolazione automobilistica sì, ma decostruire qua e là mi sembra difficile.
Tuttavia il problema dell’incremento delle temperature e l’obiettivo per risolverlo non si raggiunge solo “piantando” alberi dove gli effetti del mutamento climatico si vedono di più, ma piantandone il più possibile nel complesso.
E a Napoli, né solo a Napoli, il complesso si chiama area metropolitana e i suoi spazi almeno interstiziali fra un Comune e l’altro.
A proposito della città già qualche altra volta ho scritto che a Napoli - nel senso metropolitano - c’è anche natura. Una natura di tale “valore” da essere stata protetta per legge da un Parco nazionale (il Vesuvio); da un parco regionale (i Campi Flegrei); da un parco urbano (le colline di Camaldoli) che si estendono da Est a Ovest quasi senza soluzione di continuità. È qui che il verde va innanzitutto protetto (per esempio facendo risuscitare i Camaldoli) e ancor più potenziato arborando quanto più possibile e dovunque possibile. E con specie adatte allo scopo.

