Quattordicimila tonnellate di ghiaccio che si sciolgono ogni secondo; negli ultimi quarant’anni è così finita in mare una superficie pari a sei volte l’Italia. Gli effetti del riscaldamento climatico si fanno sentire in modo estremo nella regione artica, dove la temperatura sale a velocità quattro volte quella media, stravolgendo l’ecosistema e trasformando le terre a nord del Circolo polare nella sede di nuove opportunità economiche e tensioni geopolitiche. Il detto norvegese High North, low tension (alto nord, bassa tensione) che fotografava la pacifica collaborazione tra otto nazioni (Stati Uniti, Canada, Paesi Scandinavi e Russia), non vale più. L’apertura di vie commerciali in mezzo ai ghiacci, la scoperta di giacimenti di petrolio, metalli, terre rare e aree di pesca hanno diviso in due fronti est e ovest, con il coinvolgimento della Cina. La scomparsa del ghiaccio stravolge la mappa in un altro modo: l’Artico è diventato la frontiera più contesa per la deterrenza o il potenziale attacco militare. E c’è una conseguenza più profonda: dopo decenni in cui la tecnologia ci ha illuso di poter cancellare distanze e dinamiche planetarie, la geografia torna a essere la lente necessaria per capire il nostro destino. Un fautore di quest’idea è il giornalista e saggista inglese Tim Marshall che al tema ha dedicato decine di libri, l’ultimo dei quali intitolato Artico (Garzanti).
Perché lo scioglimento dei ghiacci artici è una delle trasformazioni cruciali del presente?
“Perché crea una forte contrapposizione tra le grandi potenze, per cui ne leggeremo sempre di più. Offrirà nuove possibilità di sfruttamento di petrolio, gas e pesca, ma la cosa più immediata è che apre al commercio la Northern Sea Route. Cina e Corea del Sud, invece di passare per lo Stretto di Malacca, Oceano Indiano e Canale di Suez, attraversando lo Stretto di Bering, costeggiando la Russia e andando poi a sud, guadagnano una settimana di tempo, carburante, assicurazione ed equipaggio. Questa rotta potrebbe diventare importante quanto il Canale di Suez”.
Chi è più avanti nello sfruttamento?
“La Russia, senza dubbio: più di metà della costa sull’Artico appartiene a loro e, come ricordava Hillary Clinton: ‘Nell’Artico noi abbiamo villaggi, loro città’. Anche su un piano strategico sono avvantaggiati: hanno più rompighiaccio, i sottomarini nucleari sono ormeggiati nella Penisola di Kola, le loro navi possono facilmente avvicinarsi a Groenlandia, Scandinavia e Gran Bretagna e la via più breve per colpire gli Stati Uniti con i missili balistici passa per l’Artico”.
L’intenzione degli Usa di diminuire il proprio ruolo nella Nato, rende un conflitto con la Russia più probabile?
“Non credo alle minacce di Trump. E per una serie di ragioni. La prima è che ha davanti solo due anni e anche se lo decidesse passerebbero in fretta e il nuovo Presidente potrebbe cambiare idea. Poi ci sono motivi strategici. Perderebbero Aviano e non vogliono. Non avrebbero più accesso in Grecia a Souda Bay, l’unico porto mediterraneo in cui possono attraccare e fare manutenzione alle grandi portaerei; dovrebbero rinunciare a Ramstein, la loro base per l’Africa Command…”.
Che genere di notizia sconvolgente si aspetta dall’Artico?
“Se una mattina leggessi che i cinesi hanno affondato una nave di Taiwan o sparato colpi di avvertimento a una statunitense, non sarei troppo sorpreso. Nell’Artico avvengono cose complesse, ma fanno meno rumore: i russi che vogliono un accesso alle Svalbard o dichiarano, come hanno fatto, che le aree della Northern Sea Route più vicine alle loro coste, sono acque territoriali russe e chi vuole passare deve chiedere il permesso; mentre gli americani sostengono che siano acque di tutti. Da inizio secolo sono tanti gli episodi così e si accumulano. Sui giornali sono due colonne a pagina otto, ma la tensione cresce”.
Lo sfruttamento delle materie prime artiche è costoso e lontano nel tempo. Perché si affannano tutti?
“È come con la Luna. Le miniere lunari sono lontane, ma questo non ferma la voglia di esplorarle, studiare dove aprirle… Gli Artemis Accords, accordo tra Stati Uniti e 80 Paesi, dice che se hai creato con i tuoi mezzi una base sulla Luna, puoi dichiarare tua una zona di sicurezza; è così che le potenze si comportano, anche nell’Artico. Una bandiera, un po’ di materiale ed ecco, è nostra. È colonizzazione sotto un altro nome”.
Lei sostiene che la tecnologia non abbia eclissato il ruolo della geografia. Vale anche per l’Ai?
“Presto per dirlo, ma in parte sì, perché se non hai accesso a dove si trovano i minerali necessari, non puoi avere l’Ai. E non solo devi avere accesso, ma cercare d’impedirlo al concorrente. Poi c’è la questione di dove nascono i data center: ecco, la geografia entra di nuovo in gioco”.
Cosa ha pensato quando Trump ha deciso di chiamare il lago Ontario Lake America?
“Che se gli americani vogliono cambiare i nomi lo facciano, ma per la nostra vita non cambia nulla”.
Google si è adeguata, chiamandolo subito così sulle sue mappe.
“Già. E questa non è altro che vigliaccheria politica”.
PROFILO Tim Marshall è corrispondente di Bbc e Sky News, e inviato di guerra. Dopo il bestseller I muri che dividono il mondo, con Garzanti pubblica: Artico. La mappa che spiega il ruolo strategico di una regione.