Eccentrico e originale, provocatorio ed eclettico. Larger than life. Il modo creativo di Celeste Dell’Anna non conosce barriere. Spazia liberamente, con ostinazione, tra epoche, provenienze, sfumature e invenzioni, lungo una cospicua carriera internazionale di architetto e interior designer. Celeste tracima di vita, curiosità e passione. Si diverte a sperimentare attraversando numerosi ambiti, linguaggi e direzioni, esponendosi ben al di là di ogni ortodossia stilistica e filologia. È capace di trasformare la dentiera di Dracula di un costume di Halloween in un tavolo di vetro e acciaio, seguendo una subitanea ispirazione offerta dal figlio bambino. Difficile datare la genesi dei suoi progetti collocandola all’interno di un passaggio storico definito o dentro i confini d’una precisa dimensione di attualità. Il suo fare è sospeso sul tempo, anzi, completamente timeless. Si tratta di rimescolare codici stabiliti, citazioni e memorie, di scavalcare e abolire qualsiasi cronologia, incurante del gusto corrente e badando bene a evitare l’identificazione in appartenenze, cliché o motivi comuni. Un outsider che corre da solo. Il moodboard si compone e scompone seguendo soltanto una regola estrosa, affermando una caparbia necessità d’indipendenza. Flusso di ispirazioni, di humour e incroci culturali, di ricerca e proiezione onirica. Vibrazioni inattese e nomadi, continue e inquiete conquiste. Per Celeste Dell’Anna il passato non è più un verbum speculare cui riferirsi o una materia o suggestione da recuperare in religioso rispetto, scavando tra le pagine di vetusti volumi e in archivi polverosi. Oppure da leggere tramite la mediazione del contemporaneo. No, per lui l’idea di passato non è affatto rivisitazione, ma metamorfosi. Accumulo che si trasforma in un vitale e un po’ folle laboratorio di alchimie creative, in un drive dove tutto diventa possibile.
Dell’Anna possiede un temperamento proclive al fantastico. Il suo segno si nutre di un’utopia visionaria e si snoda tra le specie del sogno, che incrocia con le esigenze dell’abitare e i riti del quotidiano. Forse privo di freni inibitori, ha immaginato e spesso realizzato in ogni parte del mondo residenze fiabesche irte di torri, portici e colonnati, di timpani e cupole ardite, edifici cubisti di minimale complessità modernista, serre e grandiose strutture in vetro di matrice vittoriana. Equilibri rinascimentali, eleganze neoclassiche e delirio barocco, magniloquenza jacobean o Gilded Age mista alle chimere di Vladimir Tatlin e Umberto Boccioni, alle plastiche volumetrie di Tony Cragg. La fiction della sua sfida, nutrita da una tellurica spinta all’immaginazione, non si ferma mai, centrifuga e spiazzante. Il concetto di modernità che Celeste accarezza viene estratto dal gorgo dell’entropia grazie a una poetica peculiare che l’ha sottratto al consumo d’immagine ed energia che porta impresso, quanto dalla ripetizione di un heritage o all’assemblaggio di elementi non di rado diventati maniera o alibi creativo.
Celeste Dell’Anna è nato a Cannobio, piccola città del Piemonte. All’età di otto anni muove i primi passi in quella che diventerà la strada di una vita intera. Fu allora che convinse l’architetto Luigi Conti a prenderlo come apprendista e a farlo lavorare in studio durante le vacanze estive. Disegnava ininterrottamente per ore, rifacendo lo stesso schizzo in modo ossessivo e impadronendosi di una tecnica che resta tuttora basilare. La sua idea progettuale parte sempre dall’atto del disegno manuale. “Credo che la realtà di ogni giorno fornisca la maggior fonte di ispirazione”, afferma in Lost & Found (Gruppo Editoriale), libro in uscita il 25 settembre dedicato al suo itinerario professionale. “Certo sono fondamentali le conoscenze di storia dell’arte e del nostro passato artistico in generale, ma è il saper calarsi nella contemporaneità che tiene vivo l’entusiasmo creativo. La ricerca del bello e di ciò che sorprende per la sua particolarità. Qualcosa che si può incontrare pure per strada, camminando e guardando tra le vetrine, le sensazioni e la gente”.
Dopo aver frequentato il Politecnico di Milano e l’Istituto di design nel capoluogo lombardo, collabora in vari progetti con lo scenografo, regista e costumista cinematografico, di teatro e d’opera Gianni Quaranta, ricevendo prestigiosi premi nel mondo, tra cui una nomination agli Academy Awards. Il suo temperamento teso alla sfera del visionario, sotto l’egida di Quaranta trova un terreno particolarmente fertile e formativo che segna e alimenta il suo percorso professionale.
“Sono cresciuto negli studi, soprattutto in quelli migliori”, racconta ancora Dell’Anna, “dove quotidianamente si apprendeva sul campo. C’è sempre qualcosa da imparare nella vita e nel lavoro. Molti materiali diversi possono essere impiegati per raggiungere un risultato di décor, sia singolarmente che in combinazione tra loro. Quasi tutte le materie mi sono congeniali”. Nel 1980 approda da Renzo Mongiardino, mitico guru della decorazione d’interni. Tra le prime commissioni autonome che riceve, gli interni dell’appartamento a Manhattan dell’armatore greco Stavros Niarchos e lo yacht del conte Corrado Agusta. Apre il proprio studio a Milano nel 1983, espandendosi in seguito presso il Chelsea Design Centre di Londra e con un ufficio coordinato a New York City. Una pleiade di progetti testimonia del suo dinamismo e dell’inarrestabile vitalità di creazione. Residenze private, hotel e ristoranti, jet e panfili. Una menzione speciale meritano il Fortuna, in uso alla famiglia reale spagnola e lo Shergar del principe Karim Aga Khan, così come il Club Privé di Sankt Moritz, resort in cui Dell’Anna negli anni ha compiuto numerosi incarichi. Interessanti per la loro caratura differente, di volta in volta immersa nel genius loci, le residenze a Malindi, a Londra e nella campagna britannica di Flavio Briatore oltre a tante case importanti a Roma e Monaco, in Costa Azzurra, nelle Virgin Island, negli Usa, nella capitale inglese e ad Atene. Suoi gli showroom a Ginevra e a Londra della maison libanese di alta gioielleria Chatila, così come le suite imperiali e il restaurant Acanto del Grand Hotel Principe di Savoia a Milano.
L’autore è scrittore, giornalista, docente e flâneur.